Merci, logistica e indotto: gli anti-pass frenano la ripresa. Più di 100 miliardi a rischio

Il caos generato dalla renitenza al green pass dai portuali di Trieste e, in parte da quelli di Genova, rischia di creare un grave problema all'economia italiana

Merci, logistica e indotto: gli anti-pass frenano la ripresa. Più di 100 miliardi a rischio

Il caos generato dalla renitenza al green pass dai portuali di Trieste e, in parte da quelli di Genova, rischia di creare un grave problema all'economia italiana. Come spiegato dal presidente dell'Autorità di sistema portuale dell'Adriatico Orientale, Zeno D'Agostino, in relazione alle proteste indette per domani «in questo momento il porto di Trieste sta andando molto bene, ha numeri incredibili e questa situazione ci crea un danno enorme».

Ma quanto vale il business dei porti e quale impatto si rischia sul Pil? Il contributo all'economia nazionale del sistema marittimo è pari a circa il 3% del prodotto interno lordo. I porti svolgono un ruolo fondamentale producendo un valore economico di 8,1 miliardi di euro, il 17,5% del totale dell'economia del mare. Se si amplia il discorso all'intero comparto della logistica (trasporto via mare, terra e aereo oltre allo stoccaggio delle merci), i riflessi sul Pil sono ancora più importanti in quanto il settore produce un valore economico di circa 120 miliardi di euro (7% del prodotto interno lordo) ma, se si considera l'indotto, il ritorno economico si avvicina al 15% del Pil (255 miliardi di euro). Si tratta di un'ipotesi da esaminare perché non sono solo i portuali a protestare ma anche il settore dell'autotrasporto rischia di bloccarsi a causa del 30% di addetti sprovvisto di certificazione verde.

Secondo Andrea Giuricin, docente di Economia dei trasporti presso l'Università di Milano Bicocca, «non è facile stimare le ricadute negative sulla produzione industriale in quanto mi aspetto che ci sia uno spostamento verso la modalità su rotaia che finora ha risentito meno» delle limitazioni imposte con il green pass. È facile, tuttavia, prevedere che anche le imprese italiane potrebbero soffrire gravi disagi se la situazione non si normalizzasse. Non solo perché la catena di approvvigionamenti rischia di interrompersi, ma soprattutto perché la produzione destinata all'export dovrà essere necessariamente ridotta se verrà meno la possibilità di trasportare i prodotti.

Questa impasse mette ancor più in evidenza il ruolo strategico del sistema portuale per l'intera economia nazionale. Anche perché le proteste coinvolgono due snodi fondamentali per il traffico merci in Italia. Per quanto riguarda il traffico container, che nel 2020 ha registrato un incremento del 3% dei volumi nonostante a pandemia, a guidare la classifica degli scali c'è il porto di Genova con 24,7 milioni di tonnellate, seguito dai 13,3 milioni di Spezia e dai 9,2 milioni di tonnellate di Trieste. Dunque, le proteste rischiano di fermare il primo e il terzo punto di movimentazione merci import-export del nostro Paese e, senza adeguate contromisure (ovvero in caso di scioperi a oltranza contro il green pass), potrebbe concretizzarsi uno scenario simile a quello britannico dove gli approvvigionamenti sono rallentati a causa dello stop ai permessi di lavoro per camionisti determinato dalla Brexit.

Come detto, stabilire se la situazione attuale possa pregiudicare il +6% previsto per la crescita del Pil nel 2021 non è semplice. È chiaro, però, che una sclerosi dell'attività dei principali porti italiani potrebbe creare sbalzi inflazionistici sia perché il trend di incremento dei prezzi del comparto è già in atto (il costo dei noli dall'Asia all'Europa ha registrato un +600%) sia perché lo shift verso altre modalità di trasporto a offerta costante fa lievitare i costi. E troppa inflazione di sicuro non giova al Pil.

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