Il miglior giornalista d'Europa? Si è inventato scoop e notizie

L'autorevole settimanale «Spiegel» licenzia il pluripremiato Claas Relotius: «Punto più basso della nostra lunga storia»

Roberto Fabbri

Che imbarazzo. Scoprire che il proprio reporter di punta, uno che ha vinto una lista lunga così di premi giornalistici, si inventava le notizie. Non è la prima volta che succede, ma per Der Spiegel, il più importante settimanale tedesco, è stato uno choc e un'autentica vergogna di cui scusarsi pubblicamente. Sul sito online di quella che è una delle più autorevoli e rispettate testate europee compare infatti un vero e proprio autodafè nel quale la vicenda di Claas Relotius, il giornalista investigativo miseramente smascherato, viene definita addirittura «il punto più basso della nostra storia lunga oltre settant'anni».

Relotius era (scriviamo al passato perché il suo ufficio nella redazione di Amburgo è già stato sgomberato in seguito al licenziamento in tronco) tutto fuorché un giornalista qualsiasi. A 33 anni, e in soli sette di carriera cominciata da freelance e proseguita come giornalista assunto a tempo pieno, aveva già fatto collezione dei premi che sono il sogno dei suoi colleghi meno illustri: tra questi, lo European Press Prize, il premio Reporter tedesco dell'anno, la nomina a «Journalist of the Year» da parte della Cnn.

Un tipo così suscita ammirazione, ma inevitabilmente anche invidie. E l'invidia, specialmente in un ambiente pettegolo e ficcanaso come quello giornalistico, non sempre rimane senza conseguenze concrete. C'era, in altre parole, chi si leggeva i suoi brillanti servizi dai quattro angoli del mondo con la speranza neppure tanto segreta di scovare le prove di qualche sua scorrettezza, di qualcosa che mettesse quel bravissimo (troppo bravo) giornalista in cattiva luce.

Il mese scorso, Claas Relotius è stato effettivamente preso in castagna. Aveva mandato - così almeno sosteneva - un reportage dall'Arizona, irto di dati e citazioni di fonti e di luoghi. Dopo poco tempo, però, sono cominciate ad arrivare mail dal lontano Stato americano: scusate, dicevano questi messaggi, ma il signor Relotius qui non l'abbiamo mai visto. Implacabile, si è dunque messa in moto un'indagine interna dello Spiegel, gelosamente fedele alla sua fama di serio giornalismo investigativo. E il grande Relotius, messo alle strette, è crollato: non solo ha dovuto ammettere che in Arizona non ci aveva mai messo piede, ma ha confessato che quattordici suoi reportage (ma è probabile che siano di più) avevano tutte le caratteristiche per fare felice Donald Trump. Erano insomma classiche fake news, inzeppate di cifre e riferimenti abilmente inventati per sembrar veri.

A questo punto, il destino di Relotius era segnato: cacciato con ignominia, per la somma soddisfazione dei suoi invidiosissimi colleghi che naturalmente non hanno mancato di cospargersi il capo di cenere per la cerimonia ufficiale del ludibrio. Brutta categoria, la nostra.

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