"Ministero impreparato. Niente regali ai boss"

Il sostituto procuratore di Napoli: "Il Dap non ha fatto nulla per proteggere le carceri"

"Ministero impreparato. Niente regali ai boss"

«Stiamo correndo il rischio di tornare trent'anni indietro nella lotta al crimine organizzato». Non usa giri di parole Catello Maresca, sostituto procuratore generale a Napoli, per raccontare lo scenario aperto dalle scarcerazioni di criminali di spessore in seguito al coronavirus. A mandarlo su tutte le furie è stata soprattutto la concessione degli arresti domiciliari a un boss che lui stesso ha fatto arrestare: Pasquale Zagaria, fratello del Capo dei capi dei casalesi («uno così pericoloso che tra di noi lo chiamavamo Pasquale bin Laden»). Quella scarcerazione, dice Maresca, ha responsabilità precise nel Dap, la direzione delle carceri. «É stato un errore drammatico, cerchiamo adesso di non commetterne di nuovi. Errori che potrebbero chiamarsi Cutolo, Bagarella, Calò».

Giudici e Dap si rimpallano le colpe della scarcerazione di Zagaria.

«Dalle carte emerge chiaramente una responsabilità almeno omissiva del Dap, che non ha risposto alle richieste del tribunale di Sassari di trasferire Zagaria in una struttura dove potesse venire curato».

Il capo del Dap dice che mancava l'ok dei sanitari.

«Il Dap ha tutti i poteri di trasferimento, e se un parere in due settimane non arriva può intervenire perché arrivi. E purtroppo quello di Zagaria non è un caso isolato. La verità, al di là delle pedanterie e dei cavilli, è che il Dap si è fatto cogliere totalmente impreparato dall'emergenza Covid-19».

In che senso?

«Recentemente abbiamo scoperto che il governo dal 20 gennaio aveva un piano segreto per fronteggiare il virus. E per le carceri cosa è stato fatto? Era legittimo attendersi che subito dopo, diciamo dall'inizio di febbraio, dalla direzione delle carceri arrivasse un piano per fronteggiare l'epidemia negli istituti penitenziari. Invece non è stato fatto niente. L'unica risposta è stato l'indultino per limitare il sovraffollamento. Di altre iniziative non c'è traccia».

E invece cosa si doveva fare?

«Individuare da subito le strutture dove poter ospitare e curare in condizioni di sicurezza i detenuti a maggiore rischio, quelli del 41 bis e dei circuiti differenziati. Si potevano allargare i reparti detentivi di ospedali come il Pertini di Roma e il Cardarelli di Napoli. Si potevano creare strutture nuove, come è stato fatto a Bergamo e a Milano. Niente».

Pasquale Zagaria ha il cancro, a dicembre gli hanno tolto la vescica. Altri boss sono utraootantenni e malconci. É così grave se si curano a casa?

«La storia di Riina e Provenzano ci insegna che i capi mafiosi sono sempre mafiosi, fino all'ultimo giorno e all'ultimo respiro, qualunque siano le loro condizioni. Quando si ammalano vanno curati nei reparti appositi, come è sempre accaduto. Mandandoli invece a casa si trasmette un messaggio devastante. Non è un caso che i gruppi sui social network dove si ritrovano i familiari dei mafiosi in questi giorni stiano festeggiando la scarcerazione di Zagaria come una svolta. Per non parlare dell'effetto che sta avendo sui territori dove in questi anni, a costo di sacrifici enormi, lo Stato ha guadagnato una certa credibilità, a forza di condanne e di confische dei beni, e che ora vedono un ritorno al passato. Tutta l'operazione di smantellamento che risale ormai a venti o trent'anni fa delle organizzazioni criminali in tutto il paese sta subendo un colpo letale da queste scarcerazioni. E questo indipendentemente dal fatto che questi signori a casa restino davvero in isolamento, che riescano o meno a mandare direttive all'esterno, che tornino o meno a fare proselitismo. Ciò che è sicuro è il messaggio che intanto abbiamo mandato all'esterno: un messaggio di debolezza dello Stato. Ci vorranno altri dieci anni per recuperare questo disastro».