Jeep d'assalto rosa con mitragliatrice impugnata da una donna. Missile rosa portato a spalla da signore in hijab, seguite a loro volta da ragazze e bambine con nastro rosa che mostrano le foto di alcune delle 160 studentesse uccise da un missile americano a Minab. Kalashnikov, anche questo con richiami rigorosamente rosa, in spalla a una giovane su uno scooter. La Repubblica islamica mette in scena la "pink propaganda", ribattezzata anche "pink washing", strategia per mostrare una presunta modernizzazione e l'apparente sostegno anche di quella metà della popolazione solitamente ignorata o perseguitata dal potere violento e misogino in vigore dal 1979 in Iran. Da inizio aprile, sulle tv controllate dal regime scorrono le immagini di questa onda rosa, una mobilitazione - meglio una chiamata alle armi - esibita con maggior vigore meno di una settimana fa durante una parata pro-regime a Teheran.
Dopo i bambini, invitati ad arruolarsi nelle milizie volontarie Basij sotto il controllo delle Guardie della Rivoluzione, adesso pasdaran e ayatollah reclutano anche le donne nella loro campagna a sostegno della Repubblica islamica, ma solo nella battaglia per le menti e per i cuori. Un paradosso estremo, in un Paese in cui, in base alla sharia, la testimonianza di una donna in tribunale vale la metà di quella di un uomo, la poligamia è un diritto esclusivo dei maschi, ballare è proibito alle iraniane, così come cantare in maniera seducente, e mostrare i capelli oppure abbigliamento stretto, corto, colorato o provocante. Per violazioni di questo genere, in Iran si rischia di finire in carcere fra diritti violati, abusi di ogni genere e torture, e quando va peggio si finisce nel lungo elenco delle vittime del regime, come la celebre Masha Amini, la cui uccisione per una ciocca di capelli fuori posto diede vita a imponenti proteste nel 2022.
Realtà e finzione si mischiano in questa battaglia di propaganda, nata per distogliere l'attenzione dalle costanti violazioni dei diritti umani e per umanizzare i sostenitori della dittatura. La sfilata di Teheran, denominata Jan Fada-ye Iran ("Sacrificio per l'Iran"), è stata un'occasione per mostrare il nuovo esercito rosa e la prontezza delle donne a difendere il regime, anche se a loro è vietato ricoprire ruoli da combattimento ed è concesso esclusivamente di unirsi ai volontari dei Basij.
A dare il via alla campagna, prima dell'evento nella capitale iraniana, era stata l'immagine di un missile rosa, realizzata con l'intelligenza artificiale e diffusa dal regime sui social. Secondo le fake news di Stato, una bambina avrebbe chiesto di colpire Tel Aviv con un missile rosa per vendicare le studentesse uccise a Minab. Sull'arma colorata era scritto in lingua persiana: "In risposta alla richiesta di una ragazza della rivoluzione".
Per Liora Hendelman-Baavur, autrice di "Creating the Modern Iranian Woman", "la violenza e i missili con il rosso come colore dominante servono a dimostrare invincibilità e vittoria del regime", mentre questa narrazione "edulcorata e idilliaca" vuole far presa sui giovani, anche per far dimenticare le centinaia di sacchi neri che hanno invaso gli obitori iraniani dopo la repressione di inizio gennaio.