Venezia doveva essere il laboratorio progressista per la rimonta del centro sinistra. Il senatore Martella del Pd, neppure veneziano, di Portogruaro, aveva messo insieme una coalizione che andava da Rifondazione comunista ai cattolici di sinistra (alla Prodi, tanto per intenderci), inserendo nel mezzo un po' di tutto, dai "bangla" ai Cinque stelle, ai fuoriusciti dalla Lega e altri sconosciuti che speravano di essere conosciuti nel minestrone, che si pensava vincente, del campo larghissimo. Il senatore con la sua armata sgangherata è stato impallinato da un trentottenne, Simone Venturini, con un'esperienza di amministratore nelle due precedenti consigliature, ma soprattutto con idee chiare e coerenti. La sua coalizione è quella del classico centrodestra con l'aggiunta di una propria lista chi ha incontrato molto successo.
C'erano questioni contingenti e problemi antichi da affrontare: le prime riguardavano la costruzione di una moschea in città, che sarebbe stata la più grande d'Italia, fermamente voluta dalla sinistra. I veneziani sono per tradizione aperti alla pluralità etnica e religiosa, ma quella moschea era subito apparsa una provocazione pericolosa per il mantenimento di una sicurezza sempre molto precaria.
I problemi antichi della città, quelli legati al grande flusso turistico, allo spopolamento, al porto, alla conservazione della sua bellezza, Venturini li conosceva molto bene, aveva già dimostrato di saperli fronteggiare, e i veneziani hanno così preferito un giovane ex assessore a un navigato senatore romano che non solo conosceva poco o niente di Venezia ma che, per giunta si era circondato di una compagine di personaggi che vivacchiava sotto la bandiera del non fare, del sistematico no a tutto (se si aspettava loro, il Mosé non si sarebbe mai realizzato).
Con Venturini si è premiato il grande lavoro da lui svolto insieme alla coalizione di centrodestra, si è premiata la Venezia delle competenze e della volontà di affrontare i problemi, contro la presunzione ideologica della sinistra.