Al termine delle prime due settimane di bombardamenti, Donald Trump e il suo gabinetto di guerra flettono i muscoli della retorica e rassicurano gli alleati sul rapido esito del conflitto. "L'Iran sta per arrendersi, mi sono sbarazzato di un cancro che minacciava tutti noi", ha annunciato il presidente in video conferenza con i leader del G7. "La leadership iraniana è disperata e nascosta. Si è rifugiata nella clandestinità, rannicchiata come topi", sono le parole del segretario alla Difesa Pete Hegseth, subito smentito dalla comparsa in pubblico a Teheran del presidente Masoud Pezeshkian.
Se Hegseth non ha evidentemente letto Shakespeare e le sue pagine sul rispetto del nemico in battaglia (L'Enrico V, L'Enrico IV), Trump non può non avere letto (o quantomeno gli è stato riferito) il resoconto del pensiero del suo numero due, JD Vance, trapelato su Politico. Il vicepresidente è "scettico" e "preoccupato per l'esito della guerra alla quale rimane contrario". A riferirlo, un funzionario anonimo della Casa Bianca. Per il presidente è il segnale ad oggi più chiaro delle crepe che all'interno della sua stessa coalizione politica si stanno manifestando di fronte ai costi umani e materiali della guerra.
Il numero dei caduti americani venerdì è salito almeno a 13 (140 sono i feriti), con la conferma della morte di tutti i sei membri dell'equipaggio di un aereo cisterna Kc-135, precipitato nell'Iraq occidentale. Un bilancio ancora sostenibile, ma che potrebbe farsi ancora più tragico se si tenterà un'operazione di terra. È il Wall Street Journal a riferire che un corpo di spedizione di 5mila Marine sta per essere inviato nella regione, con anche l'ipotesi di un blitz mirato alla strategica isola di Kharg, da cui transita circa l'80% dell'export petrolifero iraniano. Ci sono poi i costi materiali: 11,3 miliardi di dollari spesi, soprattutto in munizioni, nei primi sei giorni di bombardamenti. E secondo Bloomberg è imminente l'invio di 10 mila droni intercettori, sviluppati in Ucraina, nel tentativo di respingere gli attacchi iraniani senza ricorrere a costosi sistemi di difesa missilistica. Inevitabile comunque la richiesta al Congresso di ulteriori finanziamenti. E i costi che pesano sull'economia nazionale. Il prezzo medio della benzina è salito a 3,61 dollari al gallone (3,78 litri), rispetto ai 2,90 dollari registrati una settimana prima dell'attacco. L'inflazione mostra già segnali di ripresa, mentre c'è il rischio di un ulteriore rallentamento dell'economia: è di ieri il dato sul quarto trimestre 2025, un modesto +0,7%, rispetto al +4,4% del trimestre precedente.
Dati che si riflettono sugli umori dell'opinione pubblica. Un sondaggio Economist/YouGov di questa settimana certifica che per la guerra contro l'Iran non c'è stato alcun effetto "patriottico", come invece quasi sempre avviene. Solo il 32% degli intervistati approva la decisione del presidente, mentre il 52% lo disapprova. "Non mi importa dei sondaggi, quello che sto facendo è più importante, l'Iran non può avere un'arma nucleare", ha detto Trump nei giorni scorsi. Parole inedite per un presidente abituato a misurare quotidianamente il polso dell'opinione pubblica e che indicano la sua volontà, in questa fase, di confrontarsi con la Storia e non con gli indici di gradimento.
Quel che è mancato, concordano i commentatori americani, anche da destra, è stata la capacità di "costruire un caso", di "preparare gli
americani alla guerra", proprio come fece Bush prima dell'invasione dell'Iraq nel 2003. Il conflitto, iniziato a sorpresa, potrebbe terminare allo stesso modo. "Lo sentirò nelle ossa quando sarà il momento", ha detto Trump.