Nemmeno Bergoglio è profeta in patria: la Chiesa perde pezzi

I cattolici diminuiscono, mentre si diffonde la fede evangelica capace di attirare le masse e di penetrare nel tessuto sociale

Papa Francesco in udienza generale  il 12 novembre 2014
Papa Francesco in udienza generale il 12 novembre 2014

Ci avevano così creduto i brasiliani che all'ultima elezione del Papa sarebbe toccato a un loro connazionale, che Bergoglio si era sentito in dovere di smorzare la delusione con l'ironia: «Volevate anche il Papa brasiliano?». Poi la sua settimana nel piovoso inverno di Rio era andata benissimo e la folla lo aveva abbracciato, amato, applaudito. Ma passata l'euforia di quella visita, restano i dati, tristi e realistici: la religione cattolica perde i pezzi e arranca. Diminuiscono i fedeli e la mano di Dio stenta sempre di più a vedersi in una società latinoamericana in cui il religioso – e in particolare il cattolicesimo – pare essere sempre più assente, corroso da un'onda secolarizzante analoga a quella che dilaga in Europa.

Lo dice uno studio svolto da Pew Research Center di Washington in 18 Paesi del continente. L'analisi sostiene che tra il 1910 e il 1960 circa il 90% degli abitanti dell'America Latina si definiva cattolico. Oggi il numero è sceso al 69per cento che comunque rappresenta il 40% di tutti i cattolici del mondo. Il problema è il continuo passaggio dalla religione rappresentata da papa Francesco a confessioni cristiane protestanti, evangelici in testa. In questo quadro l'84% delle persone intervistate dal Pew Research Center sostengono di essere cresciute come cattoliche. Questo mette in luce che circa il 15% di persone che provengono da famiglie cristiane cattoliche hanno cambiato religione o si sono allontanate dalla fede.

Ma cosa spinge i cattolici a diventare evangelici? È la ricerca di una religione più morale, e allo stesso tempo più personale che aiuti a far fronte ai problemi sociali, che impone vincoli, anche legati al quotidiano, come il divieto di bere birra ad esempio, che nelle favelas ha sicuramente un certo effetto, che sta debilitando il cattolicesimo in America Latina, il più grande feudo della Chiesa.

In America Latina vivono più di 425milioni di cattolici e se fino a metà degli anni Novanta si poteva dire che qui i cattolici erano la maggioranza assoluta, oggi la sfida è con gli evangelici, in costante e rapida crescita e per i quali apparentemente è più semplice far fronte al declino del senso religioso, grazie anche ai potenti mezzi economici di cui dispongono. Il numero dei cattolici è in calo costante. Meno trenta per cento di cattolici in Nicaragua dal 1995 a oggi – e non è un caso che il Papa abbia guardato a quel paese quando lo scorso febbraio ha elevato al cardinalato mons. Leopoldo Brenes Solórzano, arcivescovo di Managua – e nell'Honduras del primate Oscar Rodríguez Maradiaga, arcivescovo di Tegucigalpa, dove vent'anni fa si professava cattolico il 76 per cento della popolazione e oggi solo il 46.

Già all'epoca di Ratzinger gli analisti avevano lanciato l'allarme per «l'innegabile momento di stanchezza». Oggi anche in America latina a regnare è quell'«ateismo libertino» che Papa Bergoglio, allora arcivescovo di Buenos Aires definiva «cultura dominante, nuovo oppio del popolo». La soluzione sembra essere fare concorrenza agli evangelici e ai pentecostali, giocando sul loro terreno: dalla pubblicità in tv ai grandi eventi che uniscono sapientemente preghiera e musica. Padre Marcelo Rossi, brasiliano, è forse il miglior esempio di una chiesa in competizione con gli evangelici. Il suo libro «Agape» ha venduto quasi quanto i bestseller di Paulo Coelho, lo hanno definito «il prete cantante che infiamma il Brasile» e il suo raduno carismatico del 2008 a San Paolo, ha fatto incontrare tre milioni di giovani di tutto il Paese.

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