Netanyahu resta "corto" di due seggi. Israele è appeso ai ricatti degli arabi

Ra'am con sei seggi diventa l'ago della bilancia della Knesset. Serve al premier vincitore, ma pure alla frastagliata sinistra

Netanyahu resta "corto" di due seggi. Israele è appeso ai ricatti degli arabi

Il dottor Mansour Abbas, di professione dentista, uomo religioso, seguace dell'Islam anticomunista e anche antioccidentale, è grassoccio, ha la barba lunghetta, la voce dolce come una caramella al latte. E ha in mano il futuro governo di Israele. Se ci sarà, e se non si dovrà andare alle quinte elezioni. Il suo partito Ra'am dopo ore di incertezza ha uperato lo sbarramento del 3,25 per cento che consente l'ingresso alla Knesset. E adesso eccolo qua con cinque parlamentari, ce l'ha fatta, e può determinare il futuro del Paese: «Senza di noi non è possibile qualsiasi governo, di destra con Netanyahu, o di sinistra con Lapid». Accetterà la corte di «chi è pronto a a soddisfare le richieste sociali ed economiche del settore arabo-israeliano. Quando arriveranno le offerte le prenderemo in considerazione senza discriminare nessuno».

Chi parla di lui ricorda che la sua ispirazione islamista punta innanzitutto allo spazio, al potere, proprio come fa la Fratellanza Musulmana, e che di Netanyahu o di Yair Lapid col blocco di sinistra in quanto tali, gli importa ben poco. Ma senza di lui nessuno dei due può arrivare a quei 61 seggi che nel parlamento di 120 consentono la maggioranza. Dopo il conto di circa il 90 per cento dei voti, e in attesa fino a venerdì sera delle 600mila doppie buste (soldati, malati, funzionari all'estero) che potrebbero modificare parecchio i risultati, Bibi, 30 seggi al Likud, controlla un blocco di 52 seggi; a questi si possono forse aggiungere, se lui accetta, gli eventuali sette seggi della destra di Naftali Bennet che lo porterebbero a 59. Il blocco di sinistra arriva a 56, una pletora molto differenziata che a sua volta vorrebbe Bennet che però si chiama Destra, e ha bisogno dei cinque dell'indispensabile Abbas.

Il caos è sovrano, ma Netanyahu è deciso a far valere la sua forza nonostante la rabbia smodata di chi seguita a raccontare con lui un futuro di «oscurità e di razzismo» (parole di Yair Lapid) e ad affermare che se nel governo siederanno anche partiti religiosi e di destra come quello nazionalista-religioso di Betzalel Smotrich, Israele diventerà un Paese fascista. Ma i risultati parlano chiaro: l'unico blocco consistente è quello che parte dai 30 seggi del Likud, piaccia oppure no. Iran, virus, pace di Abramo, economia, queste sono le sue priorità. Il resto, ha scopi molto differenziati. Molti partiti di sinistra sono solo felici di essere sopravvissuti, come il Meretz, e di avere più voti del previsto, come il partito laburista (sette) o quello di Gantz (otto).

Ma il miracolo l'ha compiuto di nuovo Bibi, dopo aver subito una vera e proprio secessione, quella di Gideon Sa'ar con sei indispensabili seggi del Likud nonostante gli elettori lo abbiano punito (era partito con 18). Adesso resta la questione di Bennet: accetterà di sedere al governo con Bibi? I due hanno una lunga e difficile storia comune. E tuttavia, il partito di Bennet non si chiama «Yemina»? Non risulta che sia diventato antiliberale in economia o postsionista. Bennet può forse sedersi con Yair Lapid e persino col Meretz per programmare un futuro senza Bibi, ma come se la caverà con i laburisti socialisti? Né la sua ispirazione personale potrà spingerlo fino ad accettare l'appoggio esterno della Lista Comune degli arabi antisionisti. Ore complicate ci aspettano ancora.