Teheran deride il nemico, minaccia e respinge la proposta americana in 15 punti per mettere fine al conflitto. Ma poi rilancia con una controproposta di 5 condizioni affidata a un alto funzionario e diffusa dalla tv internazionale del regime, Press Tv, secondo cui i negoziati si apriranno solo quando saranno soddisfatti cinque punti. Uno: lo stop agli attacchi e agli assassinii mirati. Due: le garanzie contro futuri conflitti. Tre: il pagamento dei danni di guerra. Quattro: la fine dei combattimenti su tutti i fronti che coinvolgono gruppi alleati. Quinto, ma cruciale: il riconoscimento dell'autorità iraniana sullo Stretto di Hormuz.
C'è ancora nebbia sulle trattative tra Stati Uniti e Iran, con informazioni discordanti, annunci pubblici che spesso non coincidono con le indiscrezioni e persino l'incertezza che i negoziati siano davvero in corso, nonostante ieri fonti pakistane parlassero di una possibile soluzione "entro 48 ore" e Islamabad abbia recapitato a Teheran la proposta americana in 15 punti candidandosi con la Turchia a ospitare i colloqui, che potrebbero tenersi già nel fine settimana. Da parte sua, Teheran, continua a negare di aver avviato trattative, ma voci sempre più insistenti riferiscono di pressioni crescenti da Washington perché si arrivi quantomeno a una tregua per favorire i colloqui. "Siete così nei guai che negoziate con voi stessi", ha detto agli americani il tenente colonnello Ebrahim Zolfaghari, portavoce delle Forze armate iraniane. Per il ministro degli Esteri Abbas Araghchi "lo scambio di messaggi tramite mediatori non significa negoziare con gli Stati Uniti", poiché "abbiamo avuto un'esperienza davvero catastrofica con la diplomazia statunitense" dopo due attacchi in nove mesi, durante i negoziati sul nucleare. Persino il leader del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf (nella foto), individuato da molte fonti come l'uomo della trattativa, con un messaggio su X minaccia gli Stati Uniti annunciando che Teheran sta "monitorando attentamente tutti i loro movimenti" (l'invio di 3mila paracadutisti), e "la preparazione di un'operazione per occupare una delle isole iraniane" (Kharg), per poi avvertire: "Non mettete alla prova la determinazione a difendere il nostro territorio".
A spiegare questo caos da una parte è la necessità del regime di tenere alta la bandiera della propaganda mentre il Paese è ancora sotto attacco, annunciando che non ci sarà resa e mostrandosi forti come sempre. D'altra parte, tentennamenti e dichiarazioni contrastanti è probabile nascondano inevitabili crepe nel regime, una parte del quale resta contrario alla trattativa con gli Stati Uniti e probabilmente non appoggia l'eventuale nuova leadership che emergerebbe dai negoziati.
Gran parte dell'oggetto del contendere, a questo punto, ruota attorno allo Stretto di Hormuz, che Teheran sa essere la leva più importante di questa trattativa, con Donald Trump che si dice convinto di poter arrivare a una gestione congiunta con l'Iran. Tra le richieste dei Pasdaran ci sarebbe un provvedimento per riscuotere pedaggi dalle navi che attraversano lo Stretto, come accade per l'Egitto con il Canale di Suez. "La situazione a Hormuz non tornerà mai come prima", spiega l'esercito, aggiungendo: "Il prezzo del petrolio è nelle nostre mani".
Nel timore che Trump annunci il cessate il fuoco nel fine settimana, Israele - scettico su un accordo risolutivo con l'Iran - ha colpito il
maggior numero possibile di obiettivi chiave in Iran e il premier Benjamin Netanyahu secondo il Nyt ha ordinato ieri di compiere ogni sforzo nelle successive 48 ore per distruggere il più possibile l'industria bellica iraniana.