"Noi, bloccati al Polo e dimenticati da tutti"

Sono 100 scienziati e hanno cibo per un mese. Ma nessuno li vuole recuperare

Prigionieri al Polo Nord, condannati a rimanere alla deriva intrappolati nel ghiaccio. Chissà quando potranno rientrare alla civiltà gli oltre cento tra scienziati ed equipaggio della Polarstern, e se e come riceveranno rifornimenti visto che anche le rompighiaccio artiche hanno spento i motori come il resto del mondo. Doveva essere la più grande spedizione scientifica polare internazionale di tutti i tempi, ma il Covid-19 rischia di congelare il record, di mandare all'aria un investimento da 130 milioni e l'obbiettivo di scoprire, nella regione che soffre un riscaldamento doppio rispetto al resto del Pianeta, molte dinamiche sul cambiamento climatico ancora sconosciute.

Organizzata dai tedeschi dell'Alfred Wegener Institute, la missione chiamata Multidisciplinary Drifting Observatory for the Study of Arctic Climate (MOSAiC), era cominciata lo scorso ottobre e nel corso d'un anno avrebbe dovuto vedere una rotazione complessiva di circa 600 scienziati provenienti da 20 nazioni, con cambi ogni due mesi. Ma il tour over è saltato perché l'equipe che era decollata dalla Germania alla volta delle isole Svalbard, da dove avrebbe poi dovuto raggiungere con un volo speciale la rompighiaccio Polarstern alla latitudine di 88° e 28', cioè nel quadrante del Polo Nord, è finita in quarantena nell'arcipelago dopo che uno degli scienziati è risultato positivo. «Ci rimanderanno presto indietro perché i norvegesi hanno ordinato l'evacuazione delle Svalbard a tutti i non residenti», dice Matthew Shupe dell'Università del Colorado, che era destinato a guidare un gruppo di venti climatologi sulla Polarstern. «Ai colleghi è stato comunicato che non potranno ricevere il cambio prima di giugno, molti non l'hanno presa bene. Sanno che potrebbero rimanere lassù a lungo, chi può dire se in giugno sarà di nuovo possibile espatriare C'è molto nervosismo, il resto del mondo sta vivendo un momento storico drammatico, alcuni hanno parenti ammalati, e loro si sentono come su un altro pianeta. Da una parte privilegiati, perché sono al riparo dal rischio di contrarre il virus, ma dall'altra sono in trappola, tagliati fuori dal mondo e con riserve per un mese».

Già perché la Russia ha bloccato a terra gli equipaggi delle rompighiaccio, troppo pericoloso rischiare la diffusione del contagio in spazi così ridotti. E le condizioni del ghiaccio nell'Artico sono quest'anno particolarmente proibitive. La dimostrazione si è avuta alla fine di febbraio, quando la Kapitan Dramitsyn, dopo aver consegnato 40 tonnellate di materiale alla Polarstern, segnando la latitudine record per una rompighiaccio diesel, sulla via del ritorno ha dovuto affrontare ghiacci troppo spessi che l'hanno costretta a consumare tutto il carburante, così che da Murmansk era dovuta partire in soccorso una rompighiaccio nucleare, l'Admiral Makarov. La questione è che la Polarstern è imprigionata nel ghiaccio spesso tre metri, questa è infatti la sfida della spedizione: lo scorso settembre ha raggiunto il centro dell'Oceano artico con l'obbiettivo di rimanere bloccata dal ghiaccio per un intero anno lasciandosi trasportare dalla corrente polare, per studiare le dinamiche del pack, le relazioni tra il ghiaccio, l'Oceano e l'atmosfera.

Non a caso la spedizione si è ispirata all'impresa epica dell'esploratore norvegese Fridtjof Nansen, quando nel 1893 al comando del Fram si lasciò portare alla deriva nel ghiaccio artico seguendo l'intuizione che la corrente l'avrebbe portato al Polo. Dopo due anni abbandonò il Fram con il suo socio Fredrik Hjalmar Johansen, per provare a raggiungere l'obbiettivo a piedi. Non ci riuscirono, ma diventarono gli uomini ad esserci andati più vicini fino a quel momento. Dopo un inverno passato in condizioni difficilissime, Nansen fu recuperato da un'altra missione che passava di lì e riportato in Norvegia nel 1896, poco prima che rientrasse anche la Fram, su cui era rimasto l'equipaggio.

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