Tra Nord Corea e Usa prove di dialogo: "Ma a certe condizioni"

Apertura di Pyongyang: "Disposti a trattare". Washington pretende "lo stop alle illegalità"

Tra Nord Corea e Usa prove di dialogo: "Ma a certe condizioni"

Caute aperture al negoziato vanno prendendo il posto delle aperte minacce di guerra delle scorse settimane tra la Corea del Nord di Kim Jong-un e gli Stati Uniti di Donald Trump. Così va il mondo e dopo tutto, considerando l'attitudine all'infiammabilità del dittatore di Pyongyang e del presidente americano, potrebbe decisamente andar peggio. Anche se il dubbio che perfino in una vicenda come questa, che implica un potenziale rischio di guerra nucleare, si stia in realtà assistendo a un gioco delle parti si fa strada.

La novità comunque c'è, e consiste nelle dichiarazioni di entrambe le parti di voler considerare concretamente la possibilità di sedersi a un tavolo a discutere (naturalmente alle proprie condizioni). Lo ha fatto per primo, da parte nordcoreana, il responsabili per gli affari americani del ministero degli Esteri di Pyongyang, interrogato dai giornalisti mentre si trovava a Pechino: «Siamo disposti al dialogo con gli Stati Uniti se ci saranno le giuste condizioni», ha detto Choe Son Hui, che è stato più prudente sull'ipotesi di un'analoga apertura verso Seul. Qualche ora dopo, è arrivata la replica da Washington: gli Stati Uniti «rimangono aperti alla possibilità di colloqui» con la Corea del Nord, ma questa dovrebbe «cessare tutte le sue attività illegali e il comportamento aggressivo nella regione», mentre è noto che negli ultimi vent'anni - ha aggiunto il portavoce del Dipartimento di Stato - «siamo stati chiari sul fatto che non cerchiamo altro se non una penisola di Corea stabile ed economicamente prospera».

Dietro al minuetto diplomatico tra i due contendenti che nelle scorse settimane avevano dato fondo a tutta la loro retorica dell'aggressività c'è sicuramente un lavoro svolto sottotraccia dalla Cina, l'unico alleato su cui Kim può contare: Trump e Xi Jinping avevano convenuto sulla necessità di fare pressioni sul dittatore di Pyongyang per fargli comprendere che - come ha ripetuto il segretario di Stato Rex Tillerson - «il tempo della pazienza è finito». Resta però da vedere in concreto quali risultati si potranno mai ottenere al tavolo negoziale, dal momento che a Pyongyang sanno perfettamente (e lo hanno spesso sottolineato in pubblico) che l'arsenale atomico equivale a una polizza di assicurazione sulla vita dei capi del regime.

Ma c'è un altro importante elemento di cui tener conto, un elemento del quale Kim cercherà sicuramente di servirsi: l'arrivo martedì scorso alla presidenza della Repubblica sudcoreana di Moon Jae-in. Eletto con un programma che privilegia il dialogo con i pericolosi vicini del Nord, Moon è almeno a parole in disaccordo con Donald Trump sul metodo per risolvere la questione della minaccia nucleare. Pochi giorni prima dell'elezione di Moon, Trump aveva concordato con Seul l'installazione in Corea del Sud del sistema antimissilistico Thaad, provocando reazioni rabbiose anche a Pechino. Adesso, è probabile che Kim cerchi di far leva sull'approccio più malleabile del suo nuovo dirimpettaio e trasformare magari il Thaad in un tema di negoziazione.

Anche altri attori si affacciano intanto sulla penisola coreana cercando di ritagliarsi un ruolo. È il caso del presidente russo Vladimir Putin, che ha telefonato venerdì a Moon offrendo un contributo della Russia alla soluzione della complicata questione. I due leader si incontreranno prossimamente in visite di Stato.

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