Le nostre ansie e la scoperta della fragilità

Le nostre ansie e la scoperta della fragilità

D a domenica scorsa, per 55mila italiani, abitanti nei comuni individuati come probabili focolai da cui si è diffuso il contagio da coronavirus, è iniziata una quarantena che li ha isolati dal resto del paese. Una misura di contenimento del virus necessaria ma che richiede il sacrificio personale di molti cittadini privati della loro libertà. Nonostante 35 checkpoint ci sono stati vari tentativi di fuga.

«Chi è in quarantena, con una malattia accertata o sospettata, vive una condizione di ansia, angoscia e incertezza per il proprio divenire. La fuga, in alcuni casi, potrebbe essere un atteggiamento che vuole manifestare l'autoconvinzione di essere immuni. I controlli sono per gli altri e non per me», spiega Marcello Turno, psichiatra e psicoanalista della Spi. Le persone colpite dal virus hanno un vissuto di disperazione legato all'idea di non sopravvivere alla malattia «il timore è direttamente proporzionale all'esposizione mediatica del virus. Se viene pubblicizzato come infettivo, letale e incurabile può generare una sindrome post traumatica da stress, chi sopravvive si convincerà di essere scappato da un abbraccio mortale». Virologi e politici si scambiano accuse di drammatizzazione o minimizzazione della situazione e i cittadini non sanno a chi credere. «L'influenza spagnola fece 500 milioni di infetti e circa un centinaio di milioni di morti: la più grande pandemia del secolo scorso. I numeri di oggi sono risicati, inferiori a qualunque altra patologia. Questa teatralità manifestata mediaticamente sembra politicamente cercata», afferma lo psichiatra. L'entità del pericolo non è chiara, l'oggetto virus è misterioso, non è legittimo avere ansia e paura? «Certo la paura è legittima e sono legittime anche le misure di prevenzione del contagio ma l'ansia da coronavirus sta dilagando perché mette l'uomo di fronte alla sua fragilità. Ferisce il narcisismo dell'uomo moderno, abituato a controllare tutto ed ora è colto di sorpresa e senza armi per contrastare qualcosa che agisce e si diffonde a prescindere da lui». La paura nascerebbe dall'idea che siamo inermi e la nostra sopravvivenza dipende esclusivamente dalle risorse del nostro sistema immunitario. «Il panico è un fenomeno di massa: anticamente rappresentava l'apparizione del dio Pan ai pastori e alle greggi. Le greggi si muovevano all'impazzata senza meta perché spaventate dall'apparizione di un dio deforme», conclude Turno. Tra la massa impaurita si distinguono individui che riescono a pensare al coronavirus come un mezzo per fare una pausa dalle fatiche quotidiane. «Qualcuno c'è ma sono molti invece quelli stufi della grande sceneggiata che vorrebbero riprendere la loro esistenza senza il timore costante di poter morire».