Tutti i nodi vengono al pettine, e il pettine questa volta c'è: i suoi denti digitali ci stanno lasciando tra le mani un groviglio di log, accessi, download, archivi e banche dati che fanno emergere un metodo, un sistema di informazioni riservate che passano tra apparati e magistrati e giornalisti (o vengono fatte passare) e che nel tempo hanno spacciato materiale spesso d'accatto (penalmente irrilevante, già archiviato) ma che è eterno sul piano reputazionale: roba rimessa in circolo per mascariare qualcuno (sputtanarlo) ciascuno col suo piccolo o grande tornaconto.
Ecco che, sul pettine, resta il caso Striano, col suo accesso seriale alle banche dati dello Stato, e resta la Direzione nazionale antimafia di Cafiero De Raho, oggi parlamentare e vicepresidente della Commissione che dovrebbe indagare anche su di lui; resta il caso Domani, con giornalisti che ricevevano veline e che, senza vergogna, facevano correggere gli articoli a magistrati che poi sfruttavano i loro stessi articoli; c'è il caso Equalize, che ha aperto il capitolo dell'intelligence privata e del mercato dei dati riservati; c'è la centrale romana del dossieraggio, la Squadra Fiore; c'è infine il pachiderma nella cristalleria, Report, ormai un fattore di imbarazzo istituzionale prima ancora di essere un problema giornalistico e giuridico. Report, come caso, sembra peraltro perfetto nel suo racchiudere tutti gli altri: perché è un programma del servizio pubblico, ha una posizione di rendita simbolica fondata sull'idea di "giornalismo contro il potere", qualcosa che, osserviamo, non mette in discussione la libertà di stampa o il diritto di fare inchieste, ma, appunto, un metodo, un rapporto strutturale con fonti interne agli apparati (segreti, come tutte le fonti) e un uso di materiale che circolava e circola in zone grigie, con la trasformazione del giornalismo in un terminale di informazioni sensibili. Anche il caso Bellavia-Report è diventato emblematico: ma non per quanto sia accertato penalmente, ma per il sistema che ha mostrato, non solo la messa in onda dei servizi, ma ciò che li precede, l'acquisizione e la selezione di materiali potenzialmente coperti da segreti. Se un consulente di varie procure ha un archivio sterminato e diventa uno snodo informativo (lui presente in tv, oltretutto) diventa anche normale chiedersi da dove giungano i suoi dati, e chi li abbia lavorati, indirizzati. Sul pettine, in altre parole, non abbiamo più un giornalista che verifica e pubblica, abbiamo un giornalista che attende e sollecita e riceve, una figura ambigua che diventa filtro tra soggetti interni allo Stato e che concorre in possibili abusi. È inutile fingere che il caso Renzi-Mancini all'autogrill (quando l'ex premier incontrò il dirigente dei Servizi e fu filmato e trasmesso da Report, nel 2021) non abbia fatto da spartiacque: la trasparenza tra politica e intelligence fu messa in discussione già allora, e, così pure, certe trasmissioni tv scivolarono su un piano inclinato e davvero poco giornalistico. E il caso Striano? La Commissione antimafia ha scritto di accessi a dati riservati in un sistema reso vulnerabile da carenze gestionali che hanno permesso l'esfiltrazione di informazioni (moltissime) che ha permesso ai giornalisti, certi giornalisti, di compartecipare al suggerimento di piste e all'indicazione di nomi.
Rendiamoci conto: la Commissione antimafia ha scritto che la Direzione antimafia era al corrente di una prassi illegale, e chi ne sedeva al vertice, oggi, è in Parlamento e nella stessa Commissione che indaga su di lui. È un impazzimento, è uno Stato che fatica a distinguere tra controllo e autoconservazione.
Il caso Equalize completa il quadro: l'inchiesta milanese ha fatto emergere una struttura privata che avrebbe operato per raccogliere e lavorare informazioni sensibili, con figure provenienti dall'area della sicurezza e dell'analisi: il mercato si è innestato nella vulnerabilità dello Stato. La Squadra Fiore, a Roma, è la sua versione artigianale: dossier pronti all'uso, informazioni che circolano, reputazioni negoziabili, stesso paradigma, informazioni riservate come strumento di pressione. Insomma, è una dossieropoli (giornalistopoli) cresciuta nel tempo e ormai ingovernabile, resa più efficiente dalla tecnologia e più opaca dalla debolezza dei controlli.
Ma un controllo debole sfocia in una discrezionalità che diventa potere. E un'informazione sregolata sguazza in apparati permeabili in cui magistrati faziosi e giornalisti militanti convergono senza neppure aver bisogno di accordarsi. Semplice come accendere la tv.