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Ora Caracas sogna la democrazia. La Nobel esulta ma Trump la gela

Rebus transizione: il rischio di militari Usa sul campo. Machado: "Pronti a governare". Donald frena: "Non ha sostegno". La vice Rodriguez: "Comanda ancora Maduro"

Ora Caracas sogna la democrazia. La Nobel esulta ma Trump la gela
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Transizione democratica o accordo con una parte del regime? Nelle prime ore dopo la clamorosa cattura del presidente venezuelano Nicolas Maduro si fa strada l'ipotesi di un accordo sotto banco per farlo fuori con alcuni suoi fedelissimi o presunti tali. "Una parte del regime ha abbandonato Maduro al suo destino. Forse parlare di cattura concordata è troppo, ma hanno accettato le richieste americane di destituire il presidente", osserva una fonte italiana del Giornale, che lavora da anni in Venezuela. La stessa fonte, ben informata, lo scorso novembre aveva rivelato: "La vice di Maduro, Delcy Rodríguez, è meno aggressiva e suo fratello ricopre la carica di presidente dell'Assemblea nazionale (il Parlamento, ndr). Potrebbero essere un'alternativa al posto dell'opposizione, che vuole spazzare via tutto. Ci sarebbero già abboccamenti con gli americani".

Le parole pronunciate ieri dal presidente Donal Trump sembrano confermare il piano di "accordo" con una parte del regime. La leader dell'opposizione, neo premio Nobel per la pace è Maria Corina Machado, soprannominata la "dama de hierro" (di ferro). Trump sembra averla silurata dichiarando che "sarebbe dura" per Machado essere leader: "Non ha il sostegno o il rispetto all'interno del paese". E ha pure aggiunto che "valuteremo se per Machado sarà possibile guidare il Paese, al momento hanno un vicepresidente". Ovvero Delcy Rodríguez, che ieri ha parlato al telefono con il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, incassando "la ferma solidarietà al popolo venezuelano di fronte all'aggressione armata". Di fatto i poteri dovrebbero passare a lei, dopo la cattura di Maduro, ma in maniera temporanea. Lei che ieri sera ha detto: "Comanda ancora Maduro". Non si tratta di una cima. La vera "testa" politica sarebbe il fratello, Jorge, presidente dell'Assemblea, che sembra sparito dopo il raid americano. Proprio lui dovrebbe convocare il Parlamento e indire nuove elezioni presidenziali dopo la destituzione di Maduro. Si spera più corrette se, come ha spiegato Trump "saremo fortemente coinvolti nel futuro del Venezuela" a cominciare dal suo governo e "dall'industria petrolifera", che sarebbe la merce di scambio con gli ex di Maduro.

Gli ostacoli non mancano a cominciare dai duri e puri del regime, ancora in carica, come il ministro dell'Interno, Diosdado Cabello, che è sceso in piazza, dopo le bombe, con elmetto e giubbotto antiproiettile. E ovviamente si è appellato al popolo garantendo che il Venezuela "vincerà". Un altro scoglio è il ministro della Difesa, Padrino Lopez, obiettivo dei raid, che sembra sopravvissuto al bombardamento mirato.

Machado, dopo essere arrivata ad Oslo per il Nobel, si trova in una località sconosciuta, ha lanciato un appello alla piena transizione democratica. "Metteremo ordine, libereremo i prigionieri politici - si legge nel comunicato - costruiremo un Paese eccezionale e riporteremo i nostri figli a casa". E ha sottolineato che il presidente del Venezuela è Edmundo Gonzalez Urrutia che "deve assumere subito il suo mandato costituzionale ed essere riconosciuto come comandante in capo" delle forze armate. Esule in Spagna, dal 2024 sostiene di avere vinto le elezioni presidenziali, che avevano riconfermato Maduro grazie a brogli denunciati dagli osservatori internazionali. Gonzales dall'esilio spagnolo ha postato su X: "Siamo pronti per la grande operazione di ricostruzione della nostra nazione".

L'opposizione ha un piano segreto "per i primi 100 giorni" del dopo Maduro, ma non è chiaro se la Casa Bianca voglia appoggiare un totale cambio di regime o tenersi la vicepresidente. O mandare i marines in Venezuela come non ha escluso Trump.

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