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Ora Sala loda i migranti: "In prima linea contro il Covid-19"

Giuseppe Sala loda i migranti: "I migranti sono stati in prima linea nella pandemia, rischiando la vita come lavoratori essenziali nei settori della salute, del cibo, dei rifiuti e della mobilità, ad esempio"

Ora Sala loda i migranti: "In prima linea contro il Covid-19"

"I migranti sono stati in prima linea nella pandemia, rischiando la vita come lavoratori essenziali nei settori della salute, del cibo, dei rifiuti e della mobilità, ad esempio". Parola del sindaco di Milano Giuseppe Sala, intervenuto al Forum dei Sindaci organizzato al Palais des Nations di Ginevra dall'UNECE - United Nations Economic Commission for Europe, dove ha parlato dell'emergenza sanitaria e della ripresa di Milano. "Condivido la convinzione che le città con un approccio inclusivo abbiano maggiori possibilità di ricostruire meglio", ha precisato Sala, aggiungendo che "per garantire che nessuno venga lasciato indietro, dobbiamo sostenere politiche che investano in una giusta transizione verso un'economia inclusiva e correggano le ingiustizie ambientali e sociali di lunga durata attraverso la creazione di nuovi posti di lavoro dignitosi e verdi per tutti i lavoratori".

Chissà cosa intendeva dire il sindaco Sala quando ha affermato che i migranti sono stati "in prima linea nella pandemia". Se parlava dei milioni di stranieri con regolare cittadinanza italiana nulla da obiettare, ma non sono "migranti" ma cittadini italiani come tutti gli altri, con precisi diriti e doveri. Perché in prima linea, nell'affrontare l'emergenza sanitaria ci sono stati medici, infermieri, protezione civile: persone che hanno dato l'anima - e a volte anche la vita - per gli altri senza badare troppo al colore della pelle o alla provenienza. E allora perché questo continuo richiamo a gruppi particolari? Quello di Sala, evidentemente, rappresenta la tipica ossessione verso la politica dell'identità che ha contaminato la sinistra e il mondo progressista negli ultimi decenni.

Come ha correttamente analizzato l'illustre politologo americano Francis Fukuyama nel suo Identità. La ricerca della dignità e i nuovi populismi (Utet), il problema con la sinistra odierna sta nelle particolari forme di identità che questa ha deciso sempre di più di esaltare. "Anziché solidarietà attorno a vaste collettività come la classe operaia o gli economicamente sfruttati, si è concentrata su gruppi sempre più ristretti che si trovano emarginati secondo specifiche modalità. Questo fa parte di una più ampia vicenda riguardante la sorte del liberalismo moderno, in cui il principio di riconoscimento universale e paritario si è mutato nello specifico riconoscimento di gruppi particolari". Una vera e propria ossessione per le minoranze, dunque, alla base del politicamente corretto e del progressismo contemporaneo. La medesima ossessione identitaria che negli Stati Uniti sta producendo l'esatto effetto contrario dell'inclusione ma una guerra civile permamente, non solamente culturale. Perché la politica dell'identità non può che portare a questo.

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