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Ora sulla Groenlandia Macron perde la testa. "Trump colonialista"

Il leader francese dice no al "vassallaggio": "Gli Usa si stanno allontanando dagli alleati"

Ora sulla Groenlandia Macron perde la testa. "Trump colonialista"
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"Siamo molto più forti di quanto tanti credano". Il presidente francese Macron alza la voce dopo le dichiarazioni statunitensi sulla Groenlandia; denuncia "la tentazione di spartirsi il mondo" delle grandi potenze; parla di istituzioni multilaterali che funzionano sempre meno, da difendere e rinvigorire. In questo scenario, dice Macron, la Francia è qui "per agire, non per commentare" gli eventi. Saltano i nervi all'Eliseo, nell'annuale discorso agli ambasciatori diffuso su tutte le piattaforme. Dunque pubblico. Stavolta Macron punta il dito contro Washington e Trump, che pochi giorni fa lo aveva pubblicamente deriso, imitandone l'accento francese sui dazi.

Mentre il 3 gennaio il leader dell'unica potenza atomica dell'Ue si era detto "lieto" che "il popolo venezuelano si fosse liberato dalla dittatura di Maduro", senza menzionare violazioni del diritto internazionale che secondo l'Onu sarebbero insite nel blitz americano, il leader francese ieri ha lanciato il suo j'accuse alla Casa Bianca: gli Usa si stanno "progressivamente allontanando" da alcuni alleati e hanno scelto, sotto la guida di Trump, di "affrancarsi da regole che fino a poco tempo fa promuovevano, che si tratti di commercio internazionale, sicurezza e vari forum".

"Stiamo subendo un'aggressione neocoloniale da parte di alcuni". Chiaro il riferimento alle mire sulla Groenlandia. Poi Macron invita il G7 e le "principali economie emergenti" a riformare governance globale e Onu, puntando il dito pure sulla Cina "che sta dimostrando un'aggressività commerciale sfrenata, soprattutto dal periodo post-Covid e ora mina l'economia europea". Insomma, Parigi dice no al "vassallaggio felice", provando a scuotere i partner europei.

Ma l'Ue, Francia compresa, negli anni ha pressoché ignorato la Groenlandia, non essendo parte dei 27, attenzionando al massimo lo scandalo delle pratiche registrate tra il 1966 e il 1975 su circa 4.500 donne, anche minorenni: quel controllo forzato delle nascite che coinvolse a loro insaputa ragazze inuit e per cui l'anno scorso la Danimarca ha riconosciuto la propria responsabilità con la premier Frederiksen in lacrime. Oggi gli argomenti sono petrolio, zinco, piombo, ferro, oro, uranio e grafite. Una terra-miniera polifunzionale sull'Artico, con la Casa Bianca che ne fa una questione di sicurezza nazionale, causa transito di mezzi russi e cinesi tra ghiacci in scioglimento, e Copenaghen che detiene il controllo dell'isola in materia di politica estera e difesa.

Mentre la Danimarca continua a mostrare i muscoli sventolando i trattati che prevedono azioni militari in caso di minaccia, l'obiettivo Usa sarebbe di comprare l'isola e non usare la forza per invaderla. Circolano perfino dei "listini prezzi". Secondo un'analisi dello scorso anno dell'American Action Forum, circa 2,76 trilioni di dollari. Già nel 2019, Trump ne parlò come di una "grande operazione immobiliare". E, senza che sia in vendita, la stima cambia se si considera il potenziale minerario. Lo scorso aprile, quando Trump ha ricominciato a parlare di acquisizione, l'ex economista della Fed, David Baker, calcolava che la Groenlandia potrebbe valere tra i 12,5 miliardi e i 77 miliardi di dollari. Se si aggiunge il valore delle riserve di minerali, incluse quelle utili a produrre batterie e veicoli elettrici, vale fino a 1,1 trilioni di dollari, secondo il Ft. L'unico tentativo formalizzato risale al Dopoguerra.

Nel '46 gli Usa offrirono alla Danimarca 100 milioni in oro. Per ora, tra retorica e realpolitik, gli Stati Uniti starebbero discutendo la possibilità di pagamenti forfettari agli abitanti per convincerli a separarsi dalla Danimarca. Dai 10mila dollari ai 100mila a persona.

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