Padoan all'attacco: «Nella Consulta congegni perversi»

Anna Maria Greco

Roma La sentenza della Consulta sulla riforma Madia della Pubblica amministrazione è proprio andata di traverso al governo. Al premier, ma anche al superministro dell'Economia. E infatti alle critiche di Matteo Renzi sulla parziale bocciatura della legge («la Corte costituzionale ci ha impedito di licenziare i furbetti del cartellino») fa eco quella di Pier Carlo Padoan, convinto che dai giudici delle leggi sia arrivato l'ennesimo stop «perverso» ad un processo di rinnovamento del Paese, che vuole risolvere il conflitto tra Stato e Regioni.

«Ci sono riforme da completare - dice il titolare dell'Economia, in un incontro all'università Luiss di Roma - come quella della pubblica amministrazione. La sentenza della Consulta è un altro esempio di come il quadro istituzionale possa produrre ostacoli non giustificati dall'efficienza dei risultati, ma dovuti a meccanismi perversi di funzionamento costituzionale che vanno cambiati». Il problema che il ministro solleva è appunto quello dei rapporti complessi tra Stato e Regioni e del nuovo centralismo che la riforma istituzionale, quasi arrivata ormai alla verifica del referendum del 4 dicembre, vuole introdurre. E con un occhio attento al voto di domenica Padoan contesta l'affermazione che le riforme istituzionali non siano riforme economiche. In realtà, sottolinea, «le riforme istituzionali servono a far funzionare meglio le riforme economiche».

Il ministro coglie l'occasione della presentazione del libro di Alfredo Macchiati «Perchè l'Italia cresce poco» per spiegare i vantaggi delle correzioni della Carta costituzionale volute dal governo Renzi e scagliarsi contro l'immobilismo che vede legato all'ambiguità nelle competenze centrali e locali. «Un esempio - dice Padoan - è la riforma costituzionale del titolo V, che si pone come scopo di evitare quelle ambiguità di attribuzione delle competenze tra Stato e Regioni, che sono fonti di immobilismo. Un esempio è la politica del lavoro, divisa a metà fra il sistema di gestione delle politiche attive del lavoro centralizzato e quello delle Regioni. Nel momento in cui con la riforma costituzionale si superasse questo dualismo, una qualunque riforma del lavoro funzionerebbe meglio». Il ministro vede «un malessere profondo che possiamo chiamare populismo e che consiste nel rifiuto di tutto ciò che viene visto come causa di questo malessere, di volta in volta identificato con la politica o i migranti».

Parole che suonano pesantemente critiche verso il verdetto della Consulta sulla riforma Madia. E dall'opposizione Renato Brunetta, capogruppo di Fi alla Camera, le stigmatizza su Twitter, chiamando in causa il presidente della Repubblica Sergio Mattarella: « #PA Dopo @matteorenzi anche @PCPadoan attacca sguaiatamente la Consulta. Comportamento eversivo da parte dei membri del governo. Il Colle c'è?».

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