Un Partito della nazione non fa bene alla nazione

Così Matteo il non-riformista ha spento le pallide speranze che l'Italia diventi una democrazia compiuta

Un Partito della nazione non fa bene alla nazione

Le pallide speranze che l'Italia diventi una democrazia compiuta, analoga alle grandi democrazie liberali dell'Occidente, si sono spente con:

1) il progressivo esaurirsi del bipolarismo centrodestra-centrosinistra, preludio della nascita di un bipartitismo perfetto fra una destra moderata di ispirazione tendenzialmente liberale e una sinistra moderata a ispirazione tendenzialmente socialista;

2) la nascita del governo Renzi, che è, poi, il Partito unico nazionale, un ircocervo frutto della conciliazione fra due inconciliabili concezioni della politica imposta dalle circostanze.

La rottura del Patto del Nazareno può rivelarsi il primo e augurabilmente decisivo passo verso il superamento delle condizioni citate, che ancora vincolano il Paese e ne condizionano le possibilità di realizzare le riforme necessarie.

Nel momento in cui il comunismo crollava nel mondo e da noi sotto il peso delle dure repliche della storia, si è realizzato, per una di quelle ironie della sorte delle quali è spesso ricca la storia dell'umanità, il disegno gramsciano di conquista del potere da parte della sinistra. Intendiamoci: conquista non realizzata dal Partito comunista, ma dalla cultura della sua retroguardia post-comunista. Hanno contribuito al suo successo la preventiva occupazione delle «casematte» della democrazia liberale, scuola, magistratura, sistema informativo; occupazione che ha spostato l'asse sociale e politico del Paese su soluzioni collettiviste e burocratiche. L'Italia non è diventata un Paese di socialismo reale, ma si è trasformata, quasi senza accorgersene, in una democrazia complessa e fragile, esposta a crisi di governo, prodotte dall'inconciliabilità degli opposti, che ne mettono in pericolo la stabilità e lo sviluppo economico. È scivolata quasi inavvertitamente lungo una china illiberale, verso una sorta di regime, che, di fatto, si sostanzia politicamente in un unanimismo retorico e, amministrativamente, in una burocrazia diffusa, entrambi insofferenti della competizione e dei conflitti fra concezioni diverse del modo di governare; le quali diversità, per dirla con Einaudi, sono il terreno sul quale si concreta e si sviluppa la democrazia liberale. Non sono, quindi, tanto in pericolo le nostre libertà politiche, economiche, sociali, quanto la possibilità di difenderle attraverso i principi ispiratori della democrazia einaudiana.

Che ci piaccia o no, siamo un Paese dominato da un eccesso di produzione legislativa; che alimenta una burocrazia la quale, per parte sua, limita le capacità di iniziativa dei suoi cittadini e di investimenti dall'estero. La vocazione collettivista e illiberale si manifesta con una legislazione che tutto pretende di regolare, e nel modo più sistematico e dettagliato. A diffondere la corruzione sempre più presente a tutti i livelli della macchina pubblica e contro la quale ha parlato anche il neo-presidente della Repubblica nel suo discorso di insediamento, è l'eccesso di regolamentazione, sono le occasioni create dalla stessa legislazione che la vuole combattere. Non siamo il popolo più corrotto del mondo; siamo quello maggiormente alle prese con licenze, divieti che riducono ogni forma di spontaneismo sociale ed economico grazie al quale sono nate e si sono sviluppate le libertà occidentali. È della delegiferazione e della deregolamentazione che avrebbe dovuto occuparsi il governo Renzi se avesse almeno un minimo di cultura riformista. Non lo ha fatto perché non è un riformista, ma è prigioniero, oltre che delle proprie ambizioni di potere, delle stesse corporazioni di cui è figlio e che infestano il Paese, prima fra tutte quelle che fanno capo alle svariate burocrazie sia centrali, sia periferiche.

piero.ostellino@ilgiornale.it

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