Quella paura che lacera il Pd: "Dobbiamo evitare Salvini e Meloni"

Nel Pd cresce la tensione per un'eventuale sconfitta in Toscana. Nonostante il temuto rischio di una batosta, però, il governo reggerà per paura che vadano al potere Salvini e Meloni

Quella paura che lacera il Pd: "Dobbiamo evitare Salvini e Meloni"

Nel Pd la tensione è alle stelle. Il rischio di una sconfitta in Toscana agita il partito, anche se il segretario Nicola Zingaretti sta tentando di impedire la disfatta e assicura: “Il voto di domenica prossima non segna il destino di un partito”.

Le Regioni su cui sono puntati gli occhi di tutti gli osservatori politici sono la Toscana e la Puglia. Nella terra di Matteo Renzi “ce la giochiamo, c’è un pareggio tecnico”, mentre nella punta dello Stivale “Fitto è stabilmente avanti”, confermano alcune fonti de ilGiornale.it vicine al centrodestra. Di diverso avviso le indiscrezioni che arrivano dal Pd: “In Toscana vinciamo, di poco ma vinciamo”, ci dicono. La paura è tanta e, scrive il Messaggero, in molti ammettono: “Non facciamo che preoccuparci dei diritti civili e di quelli degli immigrati, ecco perché rischiamo la scoppola”. Qualora, però, l’esito finale della tornata elettorale fosse un insperato 3 a 3, allora le sorti di Zingaretti e del premier Giuseppe Conte non sarebbero in discussione, ma appare assai difficile che i giallorossi tengano non solo la Campania ma anche la Puglia e la Toscana. Se finisse 4 a 2 per il centrodestra, ma la sinistra riuscisse a tenere la Toscana, allora si eviterebbe la disfatta totale. Qualora, invece, nella Regione rossa per eccellenza vincesse la leghista Susanna Ceccardi, secondo quanto scrive Mario Ajello, verrebbe “giù tutto”. In base a un sondaggio di Nicola Piepoli lo scenario potrebbe essere ancora più catastrofico per il Pd che rischierebbe di subire un sonoro: 5-1.

Chi non crede a questa ipotesi è, invece, il deputato toscano dem Stefano Ceccanti che, intercettato telefonicamente da ilGiornale.it, ci dice: “Anche se perdiamo, il governo non è in discussione. Il governo è stabilizzato dalla presenza di Salvini e Meloni che sono contro l’Unione Europea. Non si può dare l’Italia in mano a due partiti anti-sistema”. Anche “che Zingaretti si dimetta è da vedersi”, aggiungono in casa dem. Un’eventuale sconfitta in Toscana non sarebbe imputabile soltanto al segretario dal momento che “quella di Giani è stata è stata una candidatura unitaria, voluta e sponsorizzata anche da Renzi”. Un attacco dal fronte renziano, sia che provenisse dalla minoranza dem sia da Italia Viva, apparirebbe molto debole. È più probabile che, in caso di sconfitta, Stefano Bonaccini possa chiedere di indire un congresso e, a quel punto il partito passerebbe nelle mani del vice Orlando in qualità di segretario ad interim. È ancora calda, invece, l’ipotesi che Zingaretti vada al ministero dell’Interno, ma, in quel caso, dovrebbe lasciare la poltrona di governatore del Lazio. Nulla, però, lascia presagire ad uno sconvolgimento dell’assetto della maggioranza.

“Di solito da giugno in poi, anche per le varie scadenze, non viene giù nulla. Poi il Pd non è un partito che scappa e chiede il voto col rischio di finire all’opposizione”, ci spiegano esponenti della maggioranza. Insomma, sarà per responsabilità istituzionale o per l’attitudine a mantenere il potere, il Pd ha le mani legate ed è costretto a governare, proprio assieme a quel partito che potrebbe essere responsabile della sconfitta di Michele Emiliano in Puglia. I Cinquestelle sono convinti di andare meglio delle previsioni: “La Laricchia sta al 12-14%”, azzardano. Ma, anche per quanto riguarda la Puglia, Zingaretti prevede di non alzare i toni perché “non vuole creare grossi problemi alla maggioranza, ma anzi fare in modo che questa regga il più possibile”. In Puglia, tra l’altro, Emiliano è dato in recupero e, al massimo, in caso di sconfitta, i dem diranno: “Abbiamo perso un’occasione, forse la prossima volta i Cinquestelle capiranno quanto era importante fare l’alleanza”. Pur di tirare a campare tutto finirà con la classica tiratina d’orecchio che si fa all’amico. Nulla di più. E, probabilmente, non otterranno nemmeno il rimpasto. “Uno può pensare che il M5S possa essere al 2%, ma resta comunque il partito di maggioranza relativa”, sottolineano i pentastellati, decisi a continuare a sostenere a spada tratta persino il ministro Lucia Azzolina.