Pd spaccato sull'autonomia E Renzi sceglie il silenzio

Il leader decide di schivare il tema scivoloso: i vertici del partito schierati per il No, i sindaci del Nord per il Sì

Pd spaccato sull'autonomia E Renzi sceglie il silenzio

Alla vigilia del referendum lombardo-veneto, il Pd sceglie la linea del liberi tutti. Matteo Renzi parla a Firenze, prima ai giovani Dem e poi alla Festa del Foglio, intervistato dal direttore Claudio Cerasa, ma non dedica all'argomento neppure un passaggio, fatta salva una battuta sullo strumento referendario (con riferimento alla sconfitta del Sì alla riforma costituzionale): «Se si fa qualche referendum in meno, io mi sento più rilassato». Poi riserva una frecciata sarcastica al leader della Lega: «Salvini - dice - vuole farne uno per uscire dall'Euro, qualcuno deve dirgli che non si può fare».

Ufficialmente, il Pd ha lasciato libertà di scelta ai propri iscritti. E Matteo Renzi ha evitato l'argomento, in tutti questi mesi. Non solo perché la questione, un referendum solo consultivo e limitato a due regioni del Nord, non lo appassiona. Ma anche perché, in Lobardia e Veneto, ossia le regioni coinvolte, lo stato maggiore dem ha opinioni assai diverse in tema. La parte più istituzionale del partito, come il segretario regionale Alessandro Alfieri e il braccio destro di Renzi Maurizio Martina, si è pronunciata contro la consultazione, ha annunciato che non andrà a votare e polemizza sulla scarsa utilità del referendum e sui suoi costi esorbitanti.

Sul fronte opposto ci sono invece gli amministratori locali, in buona parte schierati per il sì. A cominciare dal sindaco di Milano Beppe Sala, che il giorno dopo la fissazione del referendum, a fine maggio, ha annunciato: «Consiglierò di votare positivamente, perché questo è un tema che non appartiene solo alla Lega ma a tutti noi». Anche se, aggiunge, «si potevano trovare altre formule e non fare il referendum. Però voterò sì. Il mio invito è ad andare a votare nella consapevolezza che il referendum si poteva anche evitare. Ormai il referendum c'è, quindi andiamo a votare e votiamo sì».

Esiste addirittura un comitato per il sì composto da molti importanti amministratori locali del Pd, come i sindaci di Varese, Como, Lecco, Bergamo, Sondrio e Mantova. Non Pavia, il cui sindaco De Paoli ha deciso di non aderire. E il personaggio più importante dell'ala referendaria dei Dem è proprio Giorgio Gori, primo cittadino di Bergamo, renziano della prima ora e - ciò che più conta - futuro candidato governatore della Lombardia, che sfiderà Roberto Maroni alle prossime elezioni. E nell'annunciare il suo sì, Gori fa anche polemica diretta con il suo futuro antagonista: «Voterò sì per ragioni vere, e non certo per le promesse fasulle con cui la Giunta regionale sta promuovendo la consultazione. Se nel 2008 i ministri della Lega non avessero imposto lo stop alla trattativa che la Lombardia aveva già avviato con il governo, oggi avremmo già una regione più autonoma. Invece abbiamo perso dieci anni». Posizione criticata dal capogruppo Pd in regione Lombardia, Enrico Brambilla: «È una scelta che non condivido, pur comprendendola. Spero non sia dettata da calcoli tattici ma dalla volontà di non abbandonare del tutto il campo dell'autonomia al centrodestra». Come il renziano Gori, voterà sì anche il renziano Pietro Bussolati, segretario del Pd di Milano. Mentre il renziano Alessandro Alfieri, segretario regionale della Lombardia, diserterà le urne: a testimonianza di quanto trasversale sia la questione all'interno del mondo Dem. Contrari alla consultazione anche parlamentari lombardi di rilievo, come Emanuele Fiano e Lia Quartapelle.

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