E mentre la sinistra (Cgil in primis) continua a inseguire slogan buoni per la piazza, dai vertici dell'Inps arriva una fotografia che racconta un'altra storia. Una storia meno emotiva, ma molto più strutturata dal punto di vista dei numeri. Il direttore generale Valeria Vittimberga (in foto) lo ha affermato senza giri di parole: "Oggi possiamo dirlo con chiarezza: il sistema pensionistico italiano è solido, solido non soltanto per il breve periodo ma nel medio e lungo periodo". Una forza che non nasce per caso, ma è il frutto di scelte responsabili" compiute negli ultimi trent'anni, come l'avanzamento dell'età effettiva di pensionamento, il passaggio al contributivo e l'adeguamento automatico alla speranza di vita, misure che "rafforzano in modo significativo la sostenibilità del sistema".
Tradotto dal linguaggio tecnico: i conti reggono, e reggono proprio perché l'Italia ha legato l'uscita dal lavoro all'allungamento della vita media. Una verità che nessuno ama rivendicare apertamente, ma che fa immensamente bene ai conti pubblici. Senza quel meccanismo, oggi la spesa previdenziale sarebbe una mina vagante, soprattutto in un Paese che invecchia più velocemente degli altri.
Lo stesso quadro emerge dalle parole del presidente dell'Inps, Gabriele Fava, che guarda al futuro senza infingimenti. "Noi abbiamo un orizzonte che corrisponde a un 2050 con una popolazione over 65 che raggiungerà il 35% del totale nazionale", ha spiegato, indicando una strada obbligata: "Allargare la partecipazione al lavoro". Come? Attraverso tre leve: i giovani, che "devono entrare possibilmente con retribuzioni adeguate perché la previdenza non si regge su carriere intermittenti", le donne e i lavoratori senior, che "devono poter restare attivi quando lo desiderano, con modalità flessibili e dignitose".
È una visione che ha il pregio della coerenza. E soprattutto della responsabilità. L'esatto contrario della narrazione portata avanti dalla Cgil, che continua a trattare l'adeguamento alla speranza di vita come il male assoluto. Maurizio Landini, in occasione dello sciopero generale di dicembre, è tornato a battere sempre sullo stesso tasto. "Serve una riforma delle pensioni: chi prometteva di cancellare la Fornero porta l'età a 70 anni", ebbe a dire. Un'accusa che punta dritta a bloccare l'aumento dell'età pensionabile, dipingendolo come una scelta ideologica della maggioranza di centrodestra.
Sulla stessa linea la segretaria confederale Lara Ghiglione, secondo cui "è indispensabile fermare per legge il meccanismo automatico legato all'aspettativa di vita", invocando flessibilità in uscita, pensioni dignitose e tutele per i lavori più faticosi. Peccato che manchi sempre un dettaglio fondamentale: come si tengono in piedi i conti se si smonta il pilastro che li regge?
Qui sta il paradosso. Landini ammette implicitamente che il sistema è sostenibile finanziariamente, ma lo contesta sul piano sociale.
Eppure quando lo stesso meccanismo è stato introdotto e rafforzato da governi di centrosinistra (dalla riforma Dini fino alla Fornero sostenuta dal Pd nel governo Monti), dal sindacato non si ricordano (guarda caso) barricate né scioperi generali.