"La più grande interruzione dell'approvvigionamento nella storia del mercato petrolifero globale". Questa la realtà che si trova di fronte l'Europa, secondo l'Agenzia energetica internazionale, a causa della guerra in Iran.
Intanto, da una parte l'Aie spiega che il calo della produzione di petrolio è stato in parte compensato dall'aumento della produzione in Kazakistan e verrà spinto dal suo rilascio di 400 milioni di barili, a cui parteciperà anche l'Italia, dall'altra, anche per chi non guarda al mercato, gli effetti della guerra sono difficili da ignorare. Il prezzo di benzina e diesel continua a salire. In media nazionale self service, la benzina supera anche quota 1,81 euro/litro (massimo dal 5 marzo 2025), mentre il gasolio è a 2,03 euro (massimo dal luglio 2022).
Il prezzo del petrolio ieri è tornato a crescere, con il Brent che si è avvicinato di nuovo ai 100 dollari a barile, crescendo di quasi il 10%.
Questo perché molti Paesi del Golfo, tra cui l'Arabia Saudita, gli Emirati Arabi e il Qatar, nel tentativo di trovare rotte alternative per l'export, hanno comunque tagliato la loro produzione di almeno 10 milioni di barili al giorno. Di conseguenza, l'Aie si aspetta che la produzione mondiale scenda di almeno 8 milioni di barili a marzo. Ciò rappresenta un calo di oltre il 7% rispetto ai circa 107 milioni prodotti a febbraio.
Se, fino a una settimana fa, Donald Trump aveva detto di non aveva intenzione di usare le riserve di petrolio, dal momento che la guerra sarebbe durata molto poco, ora la situazione è già cambiata. Chris Wright, segretario all'energia degli Stati Uniti, ha detto che sono pronti a utilizzare 172 milioni di barili dalle loro riserve per "proteggere la sicurezza energetica dell'America gestendo la Strategic Petroleum Reserve in modo responsabile". A sottolineare ulteriormente i timori per la minaccia all'economia globale dalla guerra in Iran, ieri l'amministrazione Trump ha deciso di derogare per 30 giorni il Jones Act, una legge marittima centenaria che richiede l'utilizzo di navi di costruzione americana per il trasporto di merci tra i porti statunitensi. Queste deroghe temporanee consentirebbero alle petroliere straniere di rifornire le raffinerie della costa orientale con carburante proveniente dalla costa del Golfo e da altre località statunitensi.
Nel frattempo le Borse hanno continuato in rosso, anche se con minori perdite rispetto ai giorni precedenti. In Italia, il Ftse Mib ha perso lo 0,71%, stesso calo anche per il Cac 40. Londra invece ha chiuso al -0,47%. Il Dax più vicino alla pari (-0,2%). Sorte simile anche fuori dall'Europa, con il Nikkei che ha perso l'1% e l'S&P 500 in rosso dell'1,2%.
Mentre le Borse continuano sulla scia delle perdite e il petrolio torna a salire, c'è un grande vincitore in questa guerra, un vincitore che l'Europa prova ancora a ignorare: la Russia. Mosca, secondo le stime del Financial Times, sta guadagnando circa 150 milioni di dollari al giorno grazie a vendite extra del suo petrolio. Dopo l'effettiva chiusura dello stretto di Hormuz, il Cremlino ha aggiunto alle sue tasche circa 1,9 miliardi di dollari, spinto dalla domanda di greggio da parte dell'India e della Cina.
Sempre secondo le stime, se la guerra continuasse fino alla fine di marzo, la Russia potrebbe ricevere fino a 5 miliardi di dollari aggiuntivi. Numeri enormi, soprattutto per una nazione che è stata esclusa dal mercato globale negli ultimi anni.