Gentile Direttore Feltri,
leggo una notizia che definire curiosa è poco. Un cittadino libico, Alaa Faraj, condannato a 30 anni per omicidio plurimo colposo e favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, si sposa. Questo, di per sé, non sarebbe nulla di strano: l'amore, si sa, trova strade imprevedibili anche dietro le sbarre. Ma ciò che colpisce è un altro dettaglio: la futura moglie è Alessandra Sciurba, ex presidente della ONG Mediterranea Saving Humans. Ora, direttore, non si tratta di giudicare una relazione privata, né tantomeno di sindacare i sentimenti. Tuttavia non posso fare a meno di notare un cortocircuito evidente: da una parte un uomo condannato per reati gravissimi legati all'immigrazione clandestina, dall'altra una figura impegnata, almeno sulla carta, nella difesa dei migranti e nei soccorsi in mare. Mi chiedo: è solo una coincidenza? Oppure questa vicenda racconta qualcosa di più profondo su un certo mondo che ruota attorno all'immigrazione?
La ringrazio e le auguro buon lavoro. Cordiali saluti.
Giusy Riocci
Cara Giusy,
se non fosse una notizia vera, verrebbe da pensare a una sceneggiatura mal riuscita. Invece è tutto reale, ed è proprio questo a renderla interessante.
Tu giustamente inviti alla prudenza: non si giudicano i sentimenti, non si mettono sotto processo le relazioni personali. E ci mancherebbe altro. Ognuno è libero di amare chi vuole, anche di sposarsi dietro le sbarre, se la legge lo consente. Su questo non si discute. Il punto, però, non è il matrimonio. Il punto è il contesto. Abbiamo, da un lato, un uomo condannato per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, e uso volutamente la formula giuridica, per non prestare il fianco ai soliti indignati, attività che, tradotta in termini meno eleganti, significa partecipare a un sistema che lucra sul traffico di esseri umani. Non esattamente una missione umanitaria. Si tratta, insomma, di un cosiddetto «scafista».
Dall'altro lato, troviamo una figura che proviene da un mondo, quello delle ONG impegnate nel Mediterraneo, che rivendica una funzione opposta: salvare vite, proteggere migranti, contrastare le tragedie del mare. E qui nasce il cortocircuito. Perché, vedi, la narrazione dominante ci ha abituati a una distinzione netta, quasi manichea: da una parte i buoni, dall'altra i cattivi.
Le ONG da un lato, gli scafisti, mi conceda il termine giornalistico, dall'altro. Poi arriva la realtà e, con una certa brutalità, scompagina tutto.
Non sto dicendo, sia chiaro, che esista un legame strutturale tra questi mondi. Non mi interessa alimentare teorie semplicistiche. Ma è legittimo osservare che, quando le storie si incrociano in modo così clamoroso, qualche domanda sorge spontanea.
Per esempio: siamo sicuri che la rappresentazione che ci viene offerta sia completa? Siamo certi che il fenomeno migratorio, così come viene raccontato, sia davvero riconducibile a una contrapposizione tra salvatori e criminali, oppure esiste una zona grigia che si preferisce non vedere?
Tu parli di paradosso. Io direi di più: è un piccolo simbolo dei tempi. Viviamo in un'epoca in cui le categorie morali sono sempre più fluide, in cui le etichette cambiano a seconda della convenienza, in cui ciò che ieri era condannato oggi può essere reinterpretato, giustificato, perfino normalizzato. E allora sì, questa storia ha qualcosa di bizzarro. Ma soprattutto ha qualcosa di rivelatore. Rivelatore di un clima culturale in cui si tende a semplificare tutto finché non accade qualcosa che dimostra che la realtà è, come sempre, molto più complessa. Agli sposi, naturalmente, non posso che augurare ogni felicità. Se sono rose, fioriranno.
Ma a noi resta il compito, che è poi il compito ingrato del giornalismo, di non smettere di osservare, di porre domande e di non accontentarci mai delle versioni comode.
La versione scomoda è questa. Questo signore libico non è un missionario. E non lo sostengo io. Ci sono stati dei procedimenti, alla fine dei quali egli è stato dichiarato «colpevole» oltre ogni ragionevole dubbio. Quindi è acclarato che non svolgesse in mare attività filantropica, bensì criminale. Immagino che sua moglie, o futura consorte, la buona samaritana che salvava clandestini in alto mare, lo sappia. E di certo non gliene frega niente.
O magari vede il marito alla stregua di un salvatore, un pover'uomo vittima di un terribile equivoco. Non lo sapremo mai, ma, in fondo, chi se ne importa? Fattacci loro. Noi ci auguriamo soltanto che questa nuova famiglia non investa mai più nel settore... dei trasporti.