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Il Pnrr è a corto di fondi. Ma l'energia blocca il Def

Lo scostamento massimo di 10 miliardi basta solo per le bollette. Ed è caos sulle grandi opere

Il Pnrr è a corto di fondi. Ma l'energia blocca il Def

L'Ance, l'associazione dei costruttori edili, lo ripete dalla fine dell'anno scorso: «La realizzazione del Pnrr è a rischio perché i fondi sono insufficienti e, in alcuni casi, i bandi non sono partiti». Colpa dell'inflazione: l'incremento dei prezzi energetici e il caro materie-prime mettono sotto pressione il comparto delle costruzioni e, di conseguenza, rendono più difficoltoso il conseguimento di alcuni obiettivi del Piano nazionale di ripresa e resilienza.

Ci sono tre dati certi dai quali partire. Le priorità del Pnrr riguardano 10 infrastrutture del valore complessivo di 35 miliardi. Il rapporto del ministero delle Infrastrutture sullo stato di avanzamento dei 102 progetti prioritari (inclusi quelli del Pnrr) mette in luce che 28 cantieri evidenziavano già alla fine dell'anno scorso problematiche finanziarie. Un dossier dell'Ance di fine marzo, infine, ha denunciato ritardi nell'emanazione dei bandi su 35 progetti dei quali tre afferenti al Pnrr: la diga foranea di Genova (valore 1 miliardo) e l'Alta velocità Salerno-Reggio Calabria che vale 10 miliardi di euro.

E proprio in 10 miliardi di euro è ipotizzato l'ulteriore fabbisogno che consentirebbe ai circa 62 miliardi di programmi infrastrutturali del Pnrr di essere messi in sicurezza. E il caso vuole che ammonti a 10 miliardi lo scostamento massimo di bilancio che il Def, in procinto di essere varato questa settimana, potrebbe prevedere. Il problema è che la finalità di queste risorse è il contenimento dei rincari dell'energia. L'ultimo decreto ad hoc ha già previsto 5 miliardi di interventi che dovrebbero essere coperti proprio con questo stanziamento.

Su queste tematiche fanno fede le parole del ministro dell'Economia, Daniele Franco. «Il Pnrr si può aggiornare, ma non vale la pena disfarlo integralmente e poi ripartire: c'è bisogno di proseguire e di attuarlo, attuarlo, attuarlo», ha dichiarato al Workshop Ambrosetti sabato scorso. Insomma, nessuna revisione che imporrebbe il ripartire da zero con la Commissione Ue, ma eventualmente una rimodulazione. Le dieci grandi opere del Piano rischiano? Al momento no. Tutt'al più rallenteranno, come il completamento della Metro C di Roma. Gli ultimi aggiornamenti normativi consentono di mettere in pausa i lavori per cause di forza maggiore come i costi (anche se il decreto Sostegni ha aumentato i rimborsi a favore degli appaltatori). In ogni caso, restano sempre aperte due possibilità per accelerare: fare altro deficit (meno probabile) o dirottare parte dei fondi di coesione Ue verso alcuni obiettivi del Pnrr.

«Obiettivi», «priorità» sono le parole chiave. Come ha detto il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, fatico a capire se siano più importanti 52 chilometri di piste ciclabili o realizzare quegli impianti di rigassificazione di cui abbiamo bisogno», ha dichiarato. Ecco, la questione-chiave è proprio questa. Esclusi i programmi fondamentali, il Pnrr prevede una serie di micro-interventi la cui realizzazione in virtù del caro-materie prime potrebbe essere compromessa: non solo piste ciclabili, ma anche asili nido e «case di comunità», cioè presidi medici di prossimità. L'Italia, perciò, rischia di non avere né rigassificatori (che nel Pnrr non ci sono) né micro-opere per la sostenibilità né grandi opere fuori dal Piano come la viabilità per le Olimpiadi Milano-Cortina 2026 e l'Autostrada Civitavecchia-Livorno. Una cosa è certa: l'inflazione sta già divorando l'impatto del Pnrr sul Pil 2022 (2 punti percentuali di crescita).

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