Povero Renzi, ogni ministro un pasticcio

Boschi, Delrio, Guidi: scandali e veleni martellano a ripetizione tutto l'esecutivo. Rapporto complicato, quello tra Renzi e i giudici

Povero Renzi, ogni ministro un pasticcio

Rapporto complicato, quello tra l'esecutivo e i giudici da quando Matteo Renzi è a Palazzo Chigi. L'ultimo episodio in ordine di tempo è lo «schiaffo» arrivato dalla procura di Potenza, con la convocazione «a sorpresa» del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Claudio De Vincenti, per essere ascoltato dai pm titolari dell'inchiesta sul petrolio in Lucania, proprio in concomitanza con il consiglio dei ministri. Renzi ha abbozzato, ostendando nonchalance, ma le incursioni delle toghe sul suo governo, con effetti - diretti o collaterali - sui suoi ministri, sono state tante, e non sempre indolori. Ne sa qualcosa Maurizio Lupi, costretto a dimettersi dal Mit anche se non indagato a marzo dello scorso anno per l'inchiesta sulle Grandi opere della procura di Firenze che ipotizzava episodi corruttivi nei lavori per la Tav. A mettere all'angolo l'ex ministro delle infrastrutture e trasporti soprattutto le intercettazioni, in cui si parlava di orologi e vestiti regalati a Lupi e a suo figlio, e i rapporti con il grande burocrate dei lavori pubblici, Ettore Incalza, al quale, secondo i pm, il ministro (che ha sempre rivendicato la correttezza del suo operato) avrebbe chiesto una mano per trovare un lavoro al figlio. Nella bufera fino alle dimissioni, più recentemente, c'è finita anche Federica Guidi, fino al mese scorso titolare del ministero dello Sviluppo Economico.

A costringerla al passo indietro, anche qui, l'imbarazzo per le intercettazioni telefoniche nell'inchiesta sul petrolio di Tempa Rossa, in Lucania, che pure non la vede tra gli indagati. In particolare le telefonate tra il ministro e il compagno, Gianluca Gemelli, indagato, nelle quali i due fanno riferimento a un emendamento che per la procura avrebbe favorito le società petrolifere per le quali Gemelli intendeva lavorare con le sue aziende. Sull'emendamento, peraltro, la Guidi dice che è d'accordo nel riproporlo anche Maria Elena Boschi, ministro per le Riforme, che sul punto è già stata ascoltata dai pm di Potenza come persona informata sui fatti, ribadendo la correttezza del suo operato. Pochi mesi fa, sempre la Boschi s'era trovata al centro delle polemiche in seguito al crac di Banca Etruria - della quale suo padre Pierluigi era stato vicepresidente - e al conseguente decreto salvabanche varato dal governo che aveva inguaiato i risparmiatori. Mentre la procura di Arezzo indagava sul management della banca (compreso suo padre, da marzo indagato per bancarotta fraudolenta con gli ex colleghi del cda), il ministro a dicembre aveva difeso se stessa e la sua famiglia in Aula, prima del voto sulla mozione di sfiducia presentata contro di lei dal M5S (e respinta). Anche il successore di Lupi al Mit, Graziano Delrio, ha avuto grattacapi a margine dell'inchiesta «Aemilia» della procura di Bologna, sulle infiltrazioni della 'ndrangheta al nord. Delrio, non indagato, fu sentito dalla Dda come persona informata sui fatti a fine 2012, da sindaco di Reggio Emilia, per un suo viaggio di tre anni prima in Calabria, a Cutro, paese del boss Nicolino Grande Aracri, e città natale di molti emigrati nel Reggiano. Episodio tornato attuale grazie a un'intercettazione dell'inchiesta sul petrolio di Potenza, dove uno degli indagati, Valter Pastena, parla al compagno della Guidi, Gemelli, di un «dossier» sul ministro: «Finito sto casino usciranno le foto di Delrio a Cutro con i mafiosi». Anche tra i sottosegretari c'è chi ha problemi con la giustizia. Come Vito De Filippo, indagato dai pm di Potenza per Tempa Rossa (ma sarebbe prossima l'archiviazione), o come Giuseppe Castiglione, indagato per il centro d'accoglienza di Mineo. Quello sul quale, secondo il ras delle coop Salvatore Buzzi, sarebbe potuto «cadere il governo».

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