A Prato, nel cuore della Toscana cinese: "Strade deserte e paura di perdere il lavoro"

La preoccupazione è diffusa: «Vogliamo sapere se ci sono i giusti controlli»

Prato. Via Pistoiese è deserta. Da giorni non ci sono più neanche le bancarelle che di solito affollano il quartiere. Nella zona del Macrolotto, quella in cui vivono i 20mila cinesi di Prato, sono pochi coloro che circolano. Il coronavirus fa paura anche in questo angolo di Toscana in cui la comunità del Paese del Dragone da decenni ha preso piede e si è integrata perfettamente. Da pochi giorni da Wuhan e Wenzhou, municipalità da cui proviene la maggior parte dei residenti con gli occhi a mandorla, sono rientrate 500 persone e ne sono attese altre mille. L'altro ieri una bambina è stata portata in ospedale perché tossiva molto, ma i test hanno fortunatamente rivelato che non si tratta del terribile virus che sta paralizzando il mondo intero.

In realtà la città fa finta di niente, ma nei bar, nei ristoranti, nei supermercati non si parla d'altro e ci si lamenta delle scarse informazioni che arrivano dalle amministrazioni locali, ma soprattutto dalla sanità regionale. «Leggiamo sui giornali - spiega un residente -, ma nessuno ci dice niente. L'unica cosa che sappiamo è che ci sono state alcune riunioni con i dirigenti scolastici in via precauzionale. Abbiamo timore per i nostri figli, anche se non vediamo una fobia generalizzata».

Mario, proprietario del ristorante pizzeria Fancy King di via Giuseppe Valentini racconta che tra i suoi clienti ci sono molti industriali. «Molti di loro - chiarisce - sono arrabbiati perché a causa del blocco l'import export è fermo e stanno perdendo il lavoro. Addirittura non arrivano e non partono neanche i container dalla Cina. La gente inizia ad aver paura perché non sa se ci stanno dicendo la verità. Ci sono poche informazioni. Io non ho paura, ma mia moglie che è insegnante in una scuola qualche timore ce l'ha, anche se continua ad andare al lavoro».

Marco Wong, cinese e consigliere comunale per la lista civica che appoggia il sindaco Pd Matteo Biffoni ricorda che alcuni cinesi «hanno avanzato l'ipotesi di mettersi in quarantena volontaria per evitare possibili contagi. Qualcuno è chiuso in casa, invece è tramontata la possibilità di trovare una struttura che potesse accoglierli collettivamente in via precauzionale. Consultata la Asl si è deciso che non fosse necessario. Preoccupazione c'è - prosegue - soprattutto perché le mascherine iniziano a diventare irreperibili nelle farmacie, anche perché si è deciso di inviarne migliaia in Cina».

Più volte la Lega aveva chiesto maggior impegno per Prato. Il consigliere regionale Jacopo Alberti aveva chiesto l'attuazione del Piano Bertolaso. «I pratesi ha specificato - hanno tutto il diritto di essere preoccupati e hanno soprattutto il diritto, a questo punto, di essere rassicurati e sentirsi protetti». Anche i consiglieri del partito del Carroccio Eva Betti e Mirko Lafranceschina confermano la situazione. «Sicuramente, visto che a Prato la comunità cinese è la terza in Italia - spiega Betti - è chiaro che un po' allarme c'è. Qui c'è anche una grossa presenza di clandestini. Il fatto è che le persone vogliono essere informate e sapere se ci sono i dovuti controlli». Poi chiarisce che grazie alle interrogazioni fatte nei giorni scorsi c'è stata una riunione della «commissione 5 in cui si è affrontato il tema, ma non è abbastanza. Le notizie sono poche e confuse».

Lafranceschina puntualizza: «I connazionali rientrati da Wuhan sono in quarantena alla Cecchignola. Qui ci sono 500 cinesi rientrati e altri mille in arrivo che girano liberamente senza controlli».