La preghiera del vescovo alla Madonnina

Delpini in cima al Duomo: "Sostieni la fatica dei tuoi figli e infondici sapienza"

Un gesto concreto e carnale nell'atmosfera rarefatta di questi giorni. È salito lassù, in quella foresta fantastica di guglie, e si è rivolto a quella Signora che brilla sulle teste dei milanesi. La Madonnina non è solo una statua sfavillante a più di cento metri di altezza, ma è la Madre di Gesù, colei cui aggrapparsi nei momenti bui e nelle circostanze alterne della vita, perché la scintilla del cambiamento cristiano è cominciata nel suo seno duemila anni fa.

Così l'arcivescovo di Milano Mario Delpini ha bussato alle porte del cielo, per affidare la città sotto scacco alla madre di Dio e quindi di tutti noi. «O mia bela Madunina che te dominet Milan», prega il vescovo sul tetto del Duomo quasi parafrasando l'incipit di una canzone celeberrima, immersa nell'humus di un'antica cultura popolare. Ma le vibrazioni del cuore e le note sentimentali sono solo la caparra di una sete più grande: il nostro bisogno di eterno, come quello della Samaritana davanti al pozzo. E Delpini prova a interpretarlo, ancora di più davanti ai morti e alle sofferenze di questi giorni: «Conforta coloro che piu soffrono nei nostri ospedali e nelle nostre case, sostieni la fatica dei tuoi figli impegnati nella cura dei malati». La preghiera non è mai la richiesta di una bacchetta magica, ma semmai il riconoscimento di un'umanità più grande, attenta al dettaglio delle nostre esistenze, come sin dal primo miracolo, a Cana di Galilea, quando Maria dà la dritta giusta ai servi e Gesù trasforma l'acqua in vino.

Una scommessa, non solo un rito, che si rinnova da due millenni e che Delpini ripropone seguendo le coordinate della storia ambrosiana: la Madonnina è il massimo simbolo religioso ma anche civile della metropoli, ancora più forte perché arrivata in cima al Duomo alla fine del Settecento: l'illuminismo lombardo non separa ma coniuga fede e ragione, trovando un equilibrio sottile nel,segno di un pragmatismo ottimista che vede nella terra - se è consentita una sintesi suggestiva - un anticipo del cielo.

«Infondi sapienza nelle decisioni - insiste Delpini - aiutaci a rifiutare le immagini di un Dio lontano, indifferente, vendicativo». Negli ultimi decenni quel legame tenace, che ispira per esempio il genio di Alessandro Manzoni, si è affievolito, come se la Madonnina fosse solo un talismano, un gadget, un richiamo turistico e non la bussola nella navigazione difficile e talvolta al buio delle nostre generazioni.

Ma il capo della chiesa ambrosiana sa che non è così e compie un gesto privato e insieme pubblico. Si rivolge alla Madonnina, dunque riafferma un'identità, scaccia la superstizione, offre un percorso ideale ai milanesi disorientati, interroga le coscienze sul grande mistero della vita. «Non permettere - è l'abbraccio finale - che noi ci dimentichiamo di coloro che soffrono». Il dolore è sempre un punto di domanda scomodo e faticoso, ma Delpini lo afferra e lo consegna alla Signora che veglia dall'alto e lo colloca al centro della nostra meditazione. Anche se ci scandalizza, anche se cerchiamo in tutti i modi di combatterlo come è giusto che sia, e di sconfiggerlo.

Il Duomo, per chi abbia anche solo un po' di attenzione, è oggi molto più di una cartolina. Quelle guglie ci sono più vicine, o almeno è questo il significato della preghiera. Non una formula astratta ma l'abbraccio più grande alle disgrazie e alle glorie della città.

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