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Le prigioni di Alberto e i quindici mesi nell'inferno di Rodeo. "Tutto inaspettato, noi trattati bene. Ora posso fumare?"

Le parole del cooperante italiano, il giallo dell’arresto e la reclusione nel carcere di massima sicurezza dal 15 novembre 2024. "Non sapevo di Maduro"

Le prigioni di Alberto e i quindici mesi nell'inferno di Rodeo. "Tutto inaspettato, noi trattati bene. Ora posso fumare?"
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Alberto Trentini è libero. Dopo 423 giorni di detenzione, il cooperante veneziano è tornato a respirare un'aria di normalità, quasi incredulo davanti a una libertà arrivata all'improvviso. "Posso fumare una sigaretta?", ha chiesto appena varcata la soglia dell'ambasciata italiana a Caracas. Maglietta rossa, jeans, testa rasata e un fisico visibilmente provato, Trentini ha parlato poco. "È stato tutto improvviso, inaspettato. Sono felice, ringrazio l'Italia", ha detto. Poi ha chiamato la madre Armanda e la fidanzata, venendo a sapere solo in quel momento della cattura dell'ex presidente de facto Nicolás Maduro da parte della Delta Force, avvenuta il 3 gennaio scorso. Un dettaglio che certifica l'isolamento totale vissuto durante la prigionia.

Dentro El Rodeo I, la realtà che Trentini ha conosciuto per 423 giorni è stata quella di un inferno quotidiano più che di una prigione: celle di pochi metri quadrati dove il cemento fungeva da letto e materasso, spesso senza acqua potabile o con flussi irregolari di liquidi malsani provenienti da tubazioni di fortuna; bagni sporchi e infestati, con buche nel pavimento al posto di servizi igienici degni di questo nome; corridoi bui e soffocanti, interrotti solo da un'ora quotidiana concessa in un cortile dove il cielo si intravedeva attraverso fitte grate di ferro che schermavano il sole. I detenuti venivano sottoposti a lunghi periodi di isolamento, segregati in celle gelide d'inverno e soffocanti d'estate, con scarafaggi, zanzare e topi come compagni di sventura. Diversi ex prigionieri hanno raccontato l'esistenza di aree di "punizione": piccole celle senza finestre, con accesso ridotto a cibo e acqua, dove si subivano pressioni psicologiche e intimidazioni da parte delle guardie, alcune delle quali, con il volto coperto e nomi falsi, urlavano minacce o tentavano di estorcere confessioni sotto pressione. Condizioni denunciate da più organizzazioni internazionali come crudeli, inumane e degradanti, in alcuni casi assimilabili alla tortura, e parte di una strategia sistematica di abuso e isolamento dei detenuti politici nella Venezuela chavista.

Lo stesso Trentini, nelle rare conversazioni con i familiari, aveva descritto la prigionia come una prova di resistenza quotidiana: non era libero di muoversi e ogni spostamento da una cella all'altra avveniva sotto stretta sorveglianza, talvolta accompagnata da spintoni e prepotenze degli agenti. La vista di mamma Armanda e dei suoi cari restava un miraggio lontano, evocato solo in sporadiche telefonate durante le quali confessava quanto fosse tormentato dal pensiero di chi lo aspettava in Italia. Era rimasto "molto provato", non solo fisicamente ma soprattutto psicologicamente, per l'incertezza e la sospensione della propria esistenza, prigioniero di una macchina giudiziaria che non aveva mai formalizzato un'accusa chiara nei suoi confronti, se non la generica imputazione di "terrorismo", ripetuta più volte nella televisione di Stato dal ministro degli Interni, Diosdado Cabello.

Anche dopo la liberazione, Trentini ha sottolineato la ferita psicologica profonda lasciata da quell'esperienza, parlando di un contesto in cui la libertà personale e la dignità umana erano costantemente sotto attacco, e dove anche i gesti più semplici una sigaretta all'aria aperta, una telefonata a casa diventavano simboli insieme di riconquista e resilienza. "Quando ho rivisto il cielo aperto", ha detto, "ho capito quanto si dia per scontato ciò che si perde in una cella".

Alberto ha dichiarato di essere stato trattato bene e di non aver subito torture mentre si trovava ancora sul suolo venezuelano, un dettaglio tutt'altro che

secondario, prima della partenza verso l'Italia. Il rientro è avvenuto nella notte, a bordo di un Gulfstream G600 dell'intelligence italiana messo a disposizione dal governo di Giorgia Meloni, che lo ha riportato a Roma. Finalmente.

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