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Prove nascoste. Il pm De Pasquale salvo in Cassazione

La toga milanese era stata condannata in primo e secondo grado per il caso Eni

Prove nascoste. Il pm De Pasquale salvo in Cassazione
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"Il fatto non sussiste", tutti assolti. Quando i pm Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro tennero chiuse in un cassetto le prove che dimostravano l'innocenza dei vertici dell'Eni, accusati dalla Procura di corruzione internazionale, non vennero meno ai loro doveri. Le condanna in primo e secondo grado a otto mesi di carcere inflitte a Brescia ai due pm milanesi per rifiuto d'atti d'ufficio vengono azzerate ieri sera dalla Cassazione. Non si sarà un altro processo d'appello, la vicenda si chiude qui. In caso di condanna definitiva, De Pasquale e Spadaro rischiavano la rimozione dalla magistratura. Invece il primo potrà restare tranquillamente, anche se da semplice pm e non più come procuratore aggiunto, in forza alla Procura di Milano per i quindici mesi che gli mancano la pensione. E Spadaro potrà continuare a rappresentare l'Italia in seno all'Eppo, la Procura europea che indaga sui reati contro l'Unione. Nonostante i fatti commessi siano accertati, e solo diversamente interpretati dalla sentenza emessa ieri dalla Sesta sezione penale della Cassazione.

Secondo le sentenze che li avevano giudicati colpevoli, i due avevano tenuto nascosti documenti di ogni genere che avrebbero distrutto la credibilità di uno dei loro principali testimoni d'accusa contro i vertici Eni, l'ex legale del gruppo Vincenzo Armanna; messaggini in cui Armanna prometteva soldi ad altri testimoni, il video di un incontro in cui prometteva di fare arrivare "una valanga di merda" sull'Eni, persino un appunto Vodafone che dimostrava che un messaggio attribuito da Armanna all'amministratore delegato Claudio Descalzi era un falso clamoroso. Un altro pm milanese, Paolo Storari, aveva segnalato l'obbligo di depositarli. De Pasquale lo accusò di voler sabotare il processo all'Eni. Gli imputati vennero assolti ugualmente. Ma il presidente del collegio disse che se avesse conosciuto quelle carte la decisione sarebbe stata molto più facile. Il processo all'Eni non sarebbe neanche dovuto iniziare, scrisse. Nella prima sentenza di condanna conto De Pasquale e Spadaro, i due vennero accusati di avere selezionato "chirurgicamente" il materiale da depositare: "Hanno deliberatamente taciuto l'esistenza di risultanze investigative in palese ed oggettivo conflitto con i portati accusatori". Condanna a otto mesi (con la condizionale) confermata in appello Ieri, in Cassazione, si ribalta tutto. In attesa delle motivazioni, la spiegazione dell'assoluzione si può trovare nelle parole con cui anche il procuratore generale Cristina Marzagalli aveva chiesto ieri mattina l'assoluzione dei due: "Non c'è stato alcun rifiuto e sono state effettuate scelte processuali fondate. La condotta dei due magistrati è stata tutt'altro che inerte e omissiva.

Inoltre, l'oggetto materiale del rifiuto non esisteva agli atti e non c'è una norma che imponga il deposito in quella fase". Sarà ora il Consiglio superiore della magistratura a decidere se il comportamento dei due pm milanesi sia stato anche professionalmente corretto.

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