C'è chi li chiama "matti". Il che è già abbastanza strano in tempi di politicamente corretto spinto, in cui i bidelli devono essere tassativamente nominati operatori scolastici e tutte le parole vengono pesate con il bilancino. Ma chiamarli "matti" serve a questi turbo progressisti, ultrà delle frontiere aperte e della sottomissione ad Allah, da scudo per nascondere le proprie colpe. Non è, infatti, un caso fortuito se questi "matti", che incidentalmente (ma non troppo) prima di dare in escandescenza si mettono a urlare "Allah u Akbar", circolino liberamente in città o in regioni rosse che, dopo anni di buonismo, accoglienza indiscriminata e ostilità nei confronti delle forze dell'ordine, sono diventate territorio di nessuno. Mentre la sinistra mette in lista candidati musulmani per cercare di portare a casa i voti delle corrispettive comunità, sempre più lupi solitari si radicalizzano e preparano attacchi contro quegli stessi italiani che li hanno accolti e che, in quanto infedeli, loro odiano. È in questo territorio di nessuno, dove l'islam viene costantemente blandito dal fronte progressista, che si creano i presupposti per quell'odio anti occidentale che infiamma le piazze e arma jihadisti anche giovanissimi. Commettere l'errore di minimizzare o di ridurre il problema a casi singoli di salute mentale significa non voler capire (colpevolmente) il problema. Un problema che ora vediamo appunto esplodere in quelle regioni governate da politici, che per ideologia hanno bandito dal proprio programma la voce "sicurezza", ma che potrebbe presto contagiare l'intero Paese.
È arrivato il momento che la sinistra apra gli occhi sull'islam, la smetta di osteggiare ogni singola misura sulla sicurezza o di schierarsi sempre e comunque contro le forze dell'ordine e faccia la sua parte nel contrastare questa emergenza. Prima che sia veramente troppo tardi per correre ai ripari.