Quattordici anni di Pd, una storia di "bla-bla-bla"

Il 14 ottobre 2007 nasceva il Partito democratico con le primarie. Un cammino con tante sconfitte, numerose scissioni e otto segretari cambiati. "Il limite è stato non averci mai creduto"

Quattordici anni di Pd, "Una storia di bla-bla-bla"

Tante sconfitte, un vortice di otto segretari, numerose scissioni. E molti anni al governo, nonostante non sia mai arrivata una vittoria netta alle elezioni. Il Partito democratico celebra i quattordici anni dalla sua fondazione. Una storia lunga, iniziata con l’ambizioso discorso di Walter Veltroni al Lingotto, sancita dalle primarie del 2007, e che non è proseguita alla grande. Anzi, secondo Arturo Parisi, ideologo dell’Ulivo prodiano ed ex ministro della Difesa, il Pd non è davvero mai nato.

"È mancato un vero Congresso, il primo. Un Congresso che faccia crescere la democrazia del Paese", dice Parisi a IlGiornale.it. Si riferisce quindi a "uno di quei Congressi di una volta che, a partire dal riconoscimento di posizioni nitidamente distinte, costruivano l’unità di un partito, anche a costo di registrare divisioni insanabili che sancivano scissioni drammatiche". Il Pd ha effettivamente vissuto numerose scissioni. Ma non nel senso indicato da Parisi.

Le numerose scissioni del Pd

Il primo addio è quello firmato, nel 2009, da Francesco Rutelli, uno dei fondatori del partito. Abbandonò Largo del Nazareno appena Pier Luigi Bersani si insediò alla guida della segreteria. L'ultima scissione è invece quella di Matteo Renzi, maturata nel settembre 2019, per far nascere Italia Viva. In mezzo tanti altri commiati rumorosi, da Pippo Civati, che battezzò la sua creatura Possibile, allo stesso Bersani e Roberto Speranza, finiti a capo di Articolo Uno, senza dimenticare Carlo Calenda, che ha lanciato il suo partito Azione. “Il Partito democratico era molto atteso come soggetto capace di abbracciare tutto il centrosinistra, almeno da quella ‘generazione dell’Ulivo’, di cui anch’io facevo parte”, osserva Andrea Pertici, professore ordinario di diritto costituzionale all’Università di Pisa. “La prima delusione - sottolinea - è arrivata subito, perché l’operazione si è risolta nella fusione al vertice tra Ds e Margherita”. Una fusione a freddo, per citare Massimo D’Alema, altro fuoriuscito di fama. E mai realmente riuscita.

La parabola di Veltroni

Ma, oltre alle scissioni, come è andata davvero la storia del Pd? C’è stata una sequenza di amarezze. La prima, la più grande, alle elezioni del 2008, quando il centrodestra di Silvio Berlusconi stravinse, nonostante il Pd di Veltroni si fosse presentato come una grande novità, sull’onda lunga delle primarie elevate a grande strumento di partecipazione popolare. E che sancirono la data di fondazione del partito, quel 14 ottobre 2007. I dem, con la vocazione maggioritaria (alleato solo con l’Italia dei valori), raggiunsero il 33%. Un consenso mai più raggiunto alle Politiche, che paradossalmente coincise con un pesantissimo ko. A febbraio del 2009 si chiuse l’esperienza veltroniana al comando del partito. Fatale la debacle alle Regionali in Sardegna: l’allora leader aveva nazionalizzato il confronto, puntando su Renato Soru. Il Popolo delle Libertà, con Ugo Cappellacci, stravinse.

Dopo la reggenza di Dario Franceschini, già vice di Veltroni, è toccato a Bersani assumere le redini della segreteria. Ancora una volta hanno deciso tutto le primarie invocate come mezzo salvifico. Ma per Parisi sono “primarie inevitabilmente personalistiche”. O al massimo ci sono state “riunioni di organi concluse da voti unanimistici, che rinviano a sedi esterne più o meno trasparenti pensate per evitare quel confronto rigoroso e esigente grazie al quale un partito può dirsi compiutamente partito”. Nessuna grossa novità, nonostante la vulgata mediatica.

Da Bersani al ritorno di Letta

La “non vittoria” di Bersani alle Politiche del 2013 ha rappresentato forse uno dei colpi più duri alla storia del partito. Alla vigilia del voto era infatti il grande favorito. La storia ha raccontato di un striminzito risultato, con il 25,4% che era al di sotto del 25,5% del Movimento 5 Stelle. Fondamentale fu l'apporto di Sel, il partito di Nichi Vendola. Uno scenario che ha portato alla nascita di una grande coalizione, guidata proprio da Letta, mentre la leadership bersaniana volgeva al termine in favore del traghettamento di Guglielmo Epifani. Così, nel 2014, sul Pd si è abbattuto il ciclone Renzi, trionfatore delle primarie del 2013, che ha rifilato il ben noto #staisereno a Letta. Il Rottamatore ha esordito con l’ormai storico 40% alle Europee: il risultato più alto di sempre per i dem. E che realisticamente è inarrivabile. Da lì è cominciato il declino, con la doppia scissione, prima quella di Civati e qualche tempo dopo anche Bersani ha lasciato il partito.

Il voto del 2018 ha fatto precipitare il Pd ampiamente sotto il 20%, cifra che ancora oggi raggiunge a fatica. Eppure il 18% di quelle Politiche è servito, per l’ennesima volta, a tornare al governo, come è avvenuto altre volte: entrare in maggioranza, senza essere davvero maggioranza. Nel frattempo Renzi ha mollato, lasciando il testimone in via temporanea a Maurizio Martina, che a sua volta lo ha ceduto a Nicola Zingaretti, vincitore delle solite primarie del 2019. Una leadership breve, durata il tempo di due scissioni (prima Calenda e poi Renzi a stretto giro) e due governi Conte, prima delle dimissioni. Così è scattata la convocazione d’urgenza dell’esule Letta, finito nel frattempo a insegnare a Parigi, dispensando qualche comparata tv di tanto in tanto come una specie di commentatore.

Il bla-bla del Pd

Una girandola di nomi, avvicendatisi dopo brutti ko e continue faide tra correnti. Ma con la capacità di reinventarsi al governo. Pertici, con IlGiornale.it, esprime un giudizio severo sul percorso storico del Pd, troppo legato al Palazzo: “È stata evidente l’estraneità rispetto ai problemi reali delle persone, mentre anche quando sono stati valori progressisti come quelli di solidarietà, uguaglianza e partecipazione si è sentita la necessità di accompagnarvi riferimenti quasi contrari per tenere un po’ tutto dentro (il famoso “ma anche”), dando l’impressione di non crederci”. Insomma “il principale limite è stato non crederci davvero”, per il docente.

E, adesso, per il futuro quale rapporto si pensa tra Pd e centrosinistra. “Centrosinistra? Ecco un tema prioritario per il primo congresso. Per un confronto che metta fine al bla-bla e ai ma-anche dei quali vive da troppo tempo il confronto politico e contrasti una politica ridotta al 'chi' e ai 'con chi' che sta logorando oltre misura la nostra democrazia” conclude Parisi.

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