Quelle campagne dell'"Espresso" finite in un flop

Hanno screditato presidenti (Leone) e virologi (Capua). E gettato ombre sull'intero Paese

Quelle campagne dell'"Espresso" finite in un flop

In 66 anni di vita l'Espresso ha tirato fuori una trentina di inchieste. Pur avendo perso, dal 1955 ad oggi, la sua reputazione (e molti dei suoi lettori) diventando negli anni una rivista sempre meno autorevole (dal 2016 è in abbinamento obbligatorio con Repubblica) i suoi dodici direttori, da Eugenio Scalfari a Marco Damilano, impegnato più in tv che in redazione, non hanno mai perso il vizio di screditare le loro vittime senza averne le prove.

I casi nei quali la rivista del gruppo Gedi (De Benedetti) ha gratuitamente rovinato le vite e le carriere delle persone senza accurate verifiche, si sprecano. Si inizia dagli anni Settanta. Direttore Livio Zanetti, giornalista Camilla Cederna. Nel 1971 la Cederna fu l'ispiratrice della lettera aperta pubblicata sull'Espresso contro il commissario Luigi Calabresi e i magistrati che, secondo la giornalista, lo avevano aiutato durante l'inchiesta sulla morte dell'anarchico Giuseppe Pinelli. Nel 1972 Calabresi fu assassinato e l'allora questore di Milano accusò la Cederna di essere la mandante morale dell'omicidio.

Sempre dalle colonne dell'Espresso, a partire dal 1975, la Cederna iniziò una campagna contro Giovanni Leone, presidente della Repubblica in carica, ed i suoi familiari. Nel 1978 uscì il suo libro sulla base di quegli articoli dal titolo «Giovanni Leone: la carriera di un presidente» determinante nella decisione di Leone di dimettersi da Capo dello Stato. La Cederna perse in tutti e tre i gradi di giudizio e sia lei che il settimanale furono condannati per diffamazione ad un cospicuo risarcimento. Ma ci vollero decenni prima che Leone venisse completamente riscattato. Paolo Mieli, parlando di quella campagna scandalistica, la definì «una montagna di pettegolezzi e pochi dati di fatto».

Oltre che Berlusconi una delle vittime preferite dell'Espresso è sempre stato anche il Vaticano. Il caso dello scandalo del cardinale Angelo Becciu, prefetto della Congregazione delle cause dei santi, accusato dell'acquisto di un immobile di lusso da 200 milioni di euro a Londra. Il porporato, uomo integerrimo e prete dalla testa agli alluci, è stato degradato e cacciato dalla Santa Sede quale ladro incallito alla velocità della luce. In verità lo scandalo è una gigantesca montatura nella quale ha avuto una parte fondamentale l'Espresso che si è adoperato affinché Becciu fosse lapidato a vantaggio di altri figuri sfuggiti alla giustizia. L'Espresso, come sempre ha fatto anche per altri casi, non ha mai chiarito la sua posizione. Ma non c'è di cui stupirsi. Quando la stampa fa un passo falso se ne vergogna e tenta disperatamente di pulirsi le suole, sperando di farla franca.

L'ultima bufala dell'Espresso in ordine di tempo riguarda l'ex governatore della Regione Sicilia Rosario Crocetta circa il giallo dell'intercettazione choc che avrebbe riguardato l'ex presidente e Matteo Tutino, chirurgo dei vip, suo amico e medico. Tutino, avrebbe detto che l'ex assessore alla Sanità, Lucia Borsellino, «andava fatta fuori come suo padre». L'Espresso ha sempre ribadito l'esistenza dell'intercettazione sostenendo la correttezza del lavoro dei due cronisti, Piero Messina e Maurizio Zoppi. Ma entrambi sono stati indagati per diffusione di notizia falsa, mentre Messina risponderà anche del reato di calunnia perché avrebbe indicato come fonte della notizia un investigatore che invece ha negato di avergliela mai riferita.

E che dire della virologa Ilaria Capua? Il giornale nel 2014 la accusò addirittura di traffico illecito di virus per poi guadagnarci sopra con il vaccino. Risultato? Prosciolta perché il fatto non sussiste. La barriera tra serietà e cialtroneria nel giornalismo italiano è in frantumi.

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