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"Resistenza contro i miscredenti". E invitano Piccardo all'Università

Il leader islamista sarà ospite all'"Orientale". Così l'ateneo di Napoli diffonde l'integralismo

"Resistenza contro i miscredenti". E invitano Piccardo all'Università
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"Ridimensionare la geografia del potere secondo i principi autenticamente islamici", "La resistenza islamica non è più solo un progetto ideologico, è una possibilità reale": non sono frasi urlate in una moschea di periferia o in un forum jihadista online. È Roberto Hamza Piccardo, fondatore e storica guida dell'Ucoii a pronunciarle durante il convegno a Roma "Capire l'Iran".

Piccardo celebra apertamente i gruppi terroristici "Hezbollah, Hamas, Jihad Islamica" come "meccanismo di contenimento dell'espansione occidentale". E sul 7 ottobre 2023 è netto: "Da una parte c'è la resistenza islamica, dall'altra il kufr, la miscredenza". Cioè noi.

Parole importanti: da un lato l'Islam militante, dall'altro l'Occidente infedele da combattere o contenere. Questo è il linguaggio che oggi entra a pieno titolo nell'università pubblica italiana, con tanto di crediti formativi riconosciuti.

Hamza Piccardo è infatti ospite insieme al figlio Davide, editore di La Luce News e promotore dell'iniziativa del corso "Scrivere l'islam. L'editoria islamica in Italia" all'Università Orientale di Napoli dal 24 marzo al 27 maggio. Un programma che si propone di "esplorare l'editoria islamica in Italia, intesa non solo come produzione di libri e riviste, ma come spazio culturale in cui si formano linguaggi, identità, percorsi di trasmissione religiosa". Ma il cuore del corso sembrerebbe essere la traduzione del Corano, la costruzione di un lessico islamico in italiano e il rafforzamento dei media confessionali. Tutto - chiaramente - pagato con i soldi dei contribuenti italiani e legittimato da un ateneo statale. Tra gli altri ospiti figura anche Brahim Baya, imam di Torino, già noto per aver inneggiato, nel 2024, alla Jihad negli spazi occupati dell'Università di Torino durante una narrazione sul conflitto israelo-palestinese. Non un normale seminario accademico sull'Islam come fenomeno storico, quindi, all'Orientale di Napoli sembrerebbe andare in scena un laboratorio di islamizzazione culturale: un luogo dove apprendere tecniche per radicare un'identità religiosa separata nella società italiana, formando nuove generazioni di musulmani italiani più legati alla umma che alla nazione. Il silenzio totale sul contraddittorio aggrava il quadro. Nessuna voce critica sull'islamismo politico, nessun esperto di jihadismo e di fondamentalismo, nessuna spiegazioni sui fallimenti dell'integrazione multiculturale e sui processi di radicalizzazione che hanno insanguinato l'Europa. Così l'università, che dovrebbe essere il tempio del pensiero critico e del dubbio metodico, rischia di trasformarsi in cassa di risonanza per un progetto politico-religioso aggressivo. Mentre in Francia, Germania e Inghilterra si moltiplicano gli allarmi sul separatismo islamista, sulle "no-go zones" culturali e sulla radicalizzazione delle nuove generazioni, in Italia si assegnano Cfu a chi insegna come diffondere meglio il Corano e costruire reti identitarie parallele.

Siamo forse di fronte alla normalizzazione strisciante dell'islam politico dentro le istituzioni della Repubblica? Una cosa è certa: l'università pubblica non può diventare la succursale accademica della dawah: o si ferma questa deriva o dovremo presto ammettere che non stiamo più difendendo la nostra cultura. La stiamo consegnando.

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