La risposta di Pechino agli attacchi di Trump: via le tecnologie straniere dagli uffici pubblici

Il piano scatta dal 2020: sabotaggio ai giganti americani dell'informatica

La risposta di Pechino agli attacchi di Trump: via le tecnologie straniere dagli uffici pubblici

New York - La Cina risponde agli attacchi da parte di Washington per frenare l'uso della tecnologia del Dragone negli Stati Uniti e mette al bando «computer e software stranieri entro il 2022».

La mossa di Pechino, come riporta il Financial Times, fa parte di una campagna per aumentare l'uso di tecnologie «domestiche», visto che il paese ha espresso l'ambizione di diventare un gigante dell'hi tech nel giro di pochi anni. Una politica conosciuta come «made in China 2025» con l'obiettivo di raggiungere una maggiore autosufficienza, che lo scontro con gli Usa del presidente Donald Trump potrebbe aver accelerato. Gli analisti di due aziende di sicurezza informatica cinese citati dal quotidiano hanno spiegato che l'ordine è arrivato dall'ufficio centrale del Partito comunista all'inizio di quest'anno. La stretta riguarda tutte le istituzioni pubbliche e gli uffici governativi e prevede che vengano eliminati computer e software stranieri per sostenere lo sviluppo delle tecnologie domestiche con un primo taglio del 30% entro il 2020, del 50% nel 2021 e del residuo 20% nel 2022. Le conseguenze della decisione - soprannominata «3-5-2», dalle percentuali previste dal progetto - coinvolgono in primo luogo i giganti a stelle e strisce come Hp, Dell e Microsoft, che Pechino ha preso di mira in risposta al sabotaggio dell'amministrazione di Trump all'uso della tecnologia cinese negli Usa, tra cui quella di Huawei.

Washington ha vietato alle aziende statunitensi di avere rapporti commerciali con la società di Shenzhen, e recentemente ha fatto pressioni sugli alleati europei affinché congelino i progetti di infrastrutture 5G di Huawei. In particolare, il segretario di Stato Mike Pompeo ha messo in guardia i paesi dell'Ue sottolineando l'importanza che non diano il controllo delle loro infrastrutture strategiche ad aziende come Huawei o Zte. Gli analisti di Jefferies stimano che le società tecnologiche statunitensi generino fino a 150 miliardi all'anno di entrate dalla Cina, sebbene gran parte provengano da acquirenti del settore privato, che non è coinvolto dalla direttiva.

Per il piano di Pechino, invece, le fonti citate dall'Ft ritengono che in totale saranno tra i 20 e i 30 milioni i pezzi di hardware sostituiti nei prossimi tre anni. Per alcuni utenti soprattutto il produttore del Dragone Lenovo, proprietario della divisione personal computer di Ibm, dovrebbe beneficiare dell'iniziativa. Lenovo è già un importante fornitore del governo, ma sebbene assembli molti pezzi in Cina, i chip per i processori dei computer sono realizzati da Intel e i dischi rigidi da Samsung. Inoltre non mancano gli scettici, per i quali hardware e software cinesi non sono ancora all'altezza delle alternative statunitensi. E la misura è destinata anche ad alimentare i timori di rottura della filiera di produzione e distribuzione che lega attualmente Usa e Cina.

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