Rissa Saviano-De Magistris: duello finale tra manettari

Ira del sindaco di Napoli per gli attacchi: speculatore E lo scrittore rilancia: "Ti accoltelleranno i tuoi lacché"

Rissa Saviano-De Magistris: duello finale tra manettari

U n maligno li aveva definiti la manetta destra e la manetta sinistra del partito giustizialista italiano. I due profeti che predicavano la rivoluzione della legalità. Luigi de Magistris, l'ex pm diventato sindaco di Napoli a furor di popolo e Roberto Saviano, l'autore di Gomorra, oggi in testa alle classifiche con l'acclamatissima Paranza dei bambini. Oggi siamo al duello finale con accuse e controaccuse che compongono un domino interminabile. L'ultima puntata, velenosissima, comincia l'altro ieri quando da Repubblica Saviano dà fuoco alle polveri: «Questa città non è cambiata. Illudersi di risolvere problemi strutturali urlando al turismo o alle feste di piazza è da ingenui. Nella migliore delle ipotesi. Nella peggiore diventa connivenza». Sullo sfondo ci sono gli spari in centro contro gli ambulanti africani con il ferimento di una bambina che aveva l'unico torto di trovarsi nel posto sbagliato.

Il primo cittadino, incontinente come suo solito, grandina una risposta chilometrica: «Sembra quasi che tu non aspetti altro che il fatto di cronaca nera per godere della tua verità». E ancora, sempre più affilato: «Vuoi vedere, caro Saviano, che ti stai costruendo un impero sulla pelle di Napoli e dei napoletani?». E avanti a oltranza con Saviano che è diventato un brand, Saviano ignorante, Saviano che non vuole proprio raccontare il, presunto, nuovo volto di Napoli. Potrebbe pure bastare ma lo scrittore, piccatissimo, controreplica in uno sfrigolio di lame: «Quel che è certo, sindaco de Magistris, è che quando le mistificazioni della sua amministrazione verranno al pettine, a pugnalarla saranno i tanti lacchè, più o meno pagati, dei quali si circonda per edulcorare la realtà, unico modo per evitare di affrontarla».

Spagnolismi e carezze, dunque, in un clima di galateo. La vetrina partenopea è troppo stretta per gli svolazzi e le acrobazie delle due primedonne. E pensare che agli albori dell'era de Magistris, nel 2011, i due parevano indistinguibili. Campioni del giustizialismo. Fustigatori della vecchia classe dirigente, corrotta e marcia per definizione. Immersi in un'euforica e perenne standing ovation, fra le urla di incoraggiamento dei tanti cittadini che avevano scommesso sul cambio di passo. E pensavano che il partito arancione non fosse solo la bandana guerriera di de Magistris o il suo colorito armamentario verbale ma l'espressione compiuta di una nuova moralità. Allora si scommetteva facile: Saviano sarebbe diventato assessore della giunta, pezzo forte da esibire nei convegni sulla camorra e da schierare nella lotta quotidiana contro lo strapotere della criminalità.

Naturalmente non se n'è fatto niente e, come da copione, il movimento dei duri e puri si è scisso e poi è si è diviso ancora e ancora un'altra volta, in un susseguirsi di boatos e fratture senza fine. Tante tessere, senza più alcun mosaico. A gennaio 2013, giusto tre anni fa, Saviano firma sull'Espresso una foto impietosa della capitale del Sud. Il caos dei trasporti, il dramma dei rifiuti, le pistole e tutto il resto. L'altro risponde imbrigliandolo in quattro parole: «Populista lontano da Napoli». Lo scrittore impegna il proprio nome per girare la serie tv Gomorra e il sindaco si schiera contro. Anzi, punta il dito contro l'impresa: «Se ami questa città, non puoi consentire che sia trattata come un palcoscenico pulp».

È una separazione con addebito di colpa, ma del resto de Magistris sta divorziando pure dai grillini. Anche qui in un crescendo adrenalinico. Affaccia la candidatura di Napoli alle olimpiadi del 2028, capovolgendo la sequenza di no dei pentastellati. Poi rottama pure la collega Virginia Raggi: «Dai 5 Stelle pipponi sulla questione morale, ma a Roma la situazione è imbarazzante». Siamo al tutti contro tutti e al partito dell'invettiva.

Fino alla resa dei conti delle ultime ore. Lo scrittore imbraccia la penna e di fatto dipinge il primo cittadino come un campione dell'immobilismo, sprofondato nella palude di un Rinascimento tarocco. L'altro contraccambia immaginandolo in volo come un avvoltoio che banchetta sulle disgrazie della metropoli. Ora le manette le sigillerebbero l'uno ai polsi dell'altro.

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