Un nuovo ed entusiasmante capitolo per Erika Cavallini. Il nuovo direttore creativo Fabrizio Corbo il primo dopo la stilista che ha fondato il marchio nel 2009 firma la collezione Forget Me Not per l'autunno-inverno 2026/27.
Trentadue anni, nato in provincia di Caserta e cresciuto a Reggio Emilia, oggi vive a Valencia dopo tre anni a Rotterdam. Con un passato in Max Mara Fashion Group, in Dolce&Gabbana e da MSGM come senior fashion designer, Corbo torna dove tutto era iniziato: da Erika Cavallini, dove aveva già lavorato anni prima. Un ritorno che sa di promessa mantenuta. Tra amore per l'arte soprattutto per la scultura un tocco young & cool e un'eleganza sussurrata, la sua visione riscrive l'identità del brand con un linguaggio tridimensionale, emotivo e profondamente contemporaneo. Così il mare, le sirene, la memoria e il desiderio diventano racconto tessile.
Sei tornato da Erika Cavallini dopo diverse esperienze professionali. Possiamo definirlo un ritorno al primo amore?
"Sì, in un certo senso lo è. È stato un rientro bellissimo, ma non del tutto inaspettato: dentro di me ho sempre desiderato che accadesse. Dopo un'esperienza molto strutturata come quella in Max Mara, arrivare da Erika Cavallini era stato come respirare un'aria diversa, più libera e creativa. Seguivo ogni fase del processo, avevo il prodotto tra le mani, vivevo il progetto a 360 gradi. Andare via è stata una scelta per crescere e mettermi alla prova in contesti differenti, ma l'idea di tornare non mi ha mai abbandonato".
Qual è l'ispirazione della nuova collezione per l'autunno-inverno 2026/27?
"Forget Me Not nasce dal desiderio di riscrivere il mito delle sirene, restituendo loro forza e dignità dopo secoli di racconti che le hanno dipinte come figure oscure. In questa visione la sirena non è più una creatura che seduce per distruggere, ma una presenza che accoglie, attrae e riconcilia. Diventa emblema di una femminilità evoluta: intensa ma gentile, magnetica ma consapevole. Il mare è il vero protagonista emotivo della collezione. Non solo luogo fisico, ma spazio interiore: profondo, misterioso, a tratti contraddittorio. Le silhouette seguono questo flusso, avvolgono il corpo con naturalezza e seducono senza costringerlo, esprimendo una sensualità fluida e spontanea. Anche i colori disegnano un paesaggio sentimentale: le sfumature acquose del cosmo, del blu navy e del pervinca si fondono con i verdi alga, eucalipto e loden, mentre tonalità più calde come custard, tabacco e dark ginseng aggiungono profondità. I materiali, invece, raccontano il mare attraverso i contrasti: alla leggerezza luminosa di satin, crepe de chine e georgette si contrappongono la consistenza della lana infeltrita, delle bourette, dei panni e delle gabardine strutturate. È un dialogo continuo tra delicatezza e protezione, tra vulnerabilità e forza".
Qual è il capo più iconico della collezione per te?
"Il picot in mix di lane con grande manica ballon, come uno scudo o una corazza che la sirena indossa per proteggersi. Per la parte più intima e delicata, invece, c'è un abito monospalla in crepon di seta. Davvero irresistibile".
C'è qualche capo che racconta la tua passione per la scultura?
"Questa arte fa parte del mio passato: creavo corpi e figure femminili, nude o seminude. Oggi cerco tridimensionalità nei capi, da studiare nella loro interezza. Ho bisogno di creare in tre dimensioni: non basta il disegno. Lavoro molto sul manichino e sul cartamodello. Il mio è un approccio quasi scultoreo".
Se potessi sognare, chi ti piacerebbe vestire?
"La cantante Joan Thiele, sicuramente. La vedo molto sirena, perfetta per la nostra collezione".
La presentazione della collezione (avvenuta ieri presso la boutique di Milano) è stata una vera e propria installazione...
"Esattamente, e voleva richiamare la nostalgia del mare: sabbia, alghe, elementi che si integrano con gli abiti fluttuanti.
Non solo: si è esibita anche Gaia Banfi, artista emergente e produttrice, genovese: anche lei ha parlato di mare...Un debutto che non è solo moda, ma esperienza immersiva. Come un canto di sirena, impossibile da dimenticare.