Una realtà disorganizzata, dove lo spontaneismo e la mancanza di collegamenti e gerarchie sono un ideale e una prassi costante: è questa la caratteristica della Federazione anarchica informale che rende complesse le indagini sull'esplosione che venerdì a Roma è costata la vita agli estremisti Alessandro Mercogliano e Sara Ardizzone, saltati in aria assieme all'ordigno che stavano preparando. La storia e la collocazione politica delle due vittime porta gli inquirenti a non escludere che l'attentato in preparazione fosse una iniziativa individuale dei due o di una ristretta cerchia di complici, come nel solco delle imprese analoghe della Fai messe a segno in questi anni all'insegna dell'azione diretta contro lo Stato, condotta con gesti simbolici senza legami con le campagne del resto del movimento antagonista.
Qualcosa, però, gli accertamenti sul luogo dello scoppio la stanno raccontando. A partire da una certezza: l'attentato in programma doveva costituire un salto di violenza rispetto a tutte le imprese recenti dell'area anarco-insurrezionalista. Le stesse condizioni dei corpi, in particolare di Mercogliano, testimoniano di una capacità devastante dell'ordigno in preparazione. E l'ipotesi più accreditata continua a essere quella di un gesto in solidarietà con Alfredo Cospito, il detenuto-simbolo del movimento, atteso tra due mesi dalla decisione sulla proroga del 41 bis, il regime di carcere duro. L'obiezione più ovvia a questa tesi è che la sorte di Cospito non può che essere peggiorata da attentati di questo tipo, che confermano la pericolosità dell'area in cui si è mosso e in cui ha realizzato le sue azioni violente. Se c'era qualche possibilità che Cospito si vedesse allentare il trattamento carcerario, l'esplosione di venerdì riduce le chance a un lumicino. Ma è una preoccupazione che nel movimento antagonista non ha grande presa. L'importante è colpire.
Escluso fin dall'inizio il collegamento con la campagna per il referendum, lontana anni luce dagli interessi della Fai, appare improbabile anche che il "colpo" in preparazione avesse nel mirino le infrastrutture ferroviarie, già attaccate recentemente con una serie di sabotaggi. Si è trattato di azioni compiute utilizzando semplici ordigni incendiari, meno pericolosi sia per i civili che per gli stessi attentatori: mentre l'ordigno in preparazione a Roma era un bomba a base di diserbante dagli effetti ben più devastanti. Oltretutto gli attacchi recenti alle ferrovie erano stati interpretati dagli analisti come parte della campagna contro i Giochi Olimpici, terminati da tempo.
L'elemento cruciale emerso dai sopralluoghi è la presenza di chiodi e pezzi di ferro destinati probabilmente a rendere ancora più micidiale la potenza dell'ordigno. Il piano era non solo di colpire strutture o materiali, ma anche un numero indefinito di persone, probabilmente con la strategia del "doppio colpo", con una prima esplosione seguita da una seconda quando sul luogo sono già presenti forze di polizia e investigatori. È una strategia classica, e che era già stata programmata nell'attacco condotto da Cospito nel 2021 alla caserma dei carabinieri di Fossano, che solo per caso non provocò una strage tra gli allievi dell'Arma. Quale fosse l'obiettivo della azione è per ora impossibile dirlo, anche perché sul luogo dell'esplosione non è stato trovato nessun documento utile a individuare il bersaglio.
Cinque perquisizioni sono state effettuate dalla Digos di Roma nelle abitazioni di altrettanti militanti della galassia anarco-insurrezionalista, a quanto pare senza grandi risultati. Ma qualche indicazione potrebbe venire dall'analisi dei telefoni cellulari dei due terroristi morti, che potrebbero aver fatto dei sopralluoghi sull'obiettivo.