La salvezza dentro le chiese. Consoliamoci con l'arte

Sgarbi si muove nella città deserta e visita i gioielli di Roma. Fra capolavori nascosti e bellezza eterna

Nelle città completamente chiuse, nel tempo lento e nelle strade deserte, rappresentano un rifugio le poche chiese aperte, con sparuti devoti che alzano preghiere a un cielo che sembra muto. I preti mostrano di avere abdicato al loro ministero pastorale, che prevede l'offerta del sacrificio eucaristico. La Chiesa si è piegata, riconoscendo che questa vita è più importante della vita eterna. Così, entrando nelle chiese senza funzioni, si sente un vuoto che le rende spazi di una sterile bellezza. Roma è meravigliosa deserta, e appare piena di luce e di salute. E la malattia più grave sembra la malattia dell'anima. La preghiera è esercizio solitario, la comunione non esiste, ed è soltanto una testimonianza simbolica dei preti che celebrano la messa in solitudine: un rito privato.

Fallisce la Chiesa quando, fattasi temporale, in ossequio alla scienza, difende la vita terrena, dimenticando quella ultraterrena. Se le chiese sono chiuse, Dio è morto. Non c'è altra vita che questa, non c'è una vita migliore.

È una evoluzione dello spirito religioso, nella mitizzazione del valore della vita, sempre e comunque. I preti hanno dimenticato le opere di misericordia, hanno rinnegato San Rocco che prende la peste per assistere i malati, hanno rimosso San Carlo che visita gli appestati, funzione ordinaria e spirituale, di cui abbiamo meravigliose testimonianze nell'arte figurativa, da Caravaggio al Cerano, da Luca Giordano a Tiepolo. Fine. Porte chiuse. Desolazione, e non consolazione, degli afflitti.

Con uno scatto di orgoglio, ieri, il Papa ha provato a sollevare la Chiesa dal relativismo e dal millenarismo dei chierici. E ha dichiarato, sfidando i governanti terreni: «Le misura drastiche non sempre sono buone». Ha restituito la Chiesa ai fedeli. Verrà lapidato?

A Roma, intanto, sotto casa, Sant'Andrea della Valle è ancora chiusa. Poco lontano è chiusa l'Aracoeli. Chiuso è il carcere Mamertino. E se veramente il cardinale Angelo De Donatis, Vicario del Papa per la Diocesi di Roma, ha scritto che «I fedeli sono dispensati dall'obbligo di soddisfare al precetto festivo» e che «questa disposizione è per il bene comune», vuol dire che Dio non è il bene più alto.

Rimangono accessibili solo gli oratori di «comunità stabilmente costituite (religiose, monastiche)», «limitatamente alle medesime collettività che abitualmente ne usufruiscono, in quanto in loco residenti e conviventi, con interdizione all'accesso dei fedeli, che non sono membri stabili delle predette comunità». Burocrazia della fede. Sarà ascoltato il Papa? Per questo, trovare aperta una delle più importanti chiese di Roma, la chiesa dell'ordine cui appartiene il Papa, il «Gesù», mi stupisce e mi esalta. Entro; e, mentre osservo le mirabili Storie della Vergine di Scipione Pulzone, in un allestimento sontuoso e teatrale intorno alla pianta circolare della Cappella, appare, gentile e affabile, un sacerdote che, alle prime parole, dall'accento familiare, riconosco ferrarese. Ci tiene a mostrarmi l'Arca dei Santi, finemente scolpita da Ernesto Lamagna, esperto scultore capace di interpretare una spiritualità persistente, che proprio nella chiesa del Gesù ha il suo culto più alto. Lamagna ha una grande esperienza di arte sacra, e sembra credere che i Santi e i miracoli esistono ancora; ha modellato la sua arca nel 2016 per raccogliere le reliquie, spesso anonime, di molti Santi e Beati, talvolta martiri, della Compagnia di Gesù. L'arca, di poco più di un metro per 50 centimetri, con una copertura a capanna, poggia su quattro piedi con animali, emblema del male nelle sue diverse forme: la tartaruga la pigrizia; il rospo la bruttezza; il rettile la tentazione; il riccio la chiusura egoistica. Sui lati maggiori, episodi della vita di Sant'Ignazio. Sul coperchio vediamo il sole, stemma della compagnia di Gesù, verso cui uno sciame di api assume il nettare come miele della consolazione. Sul culmine una colomba, simbolo dello Spirito Santo. Lamagna sente l'attualità della fede, e non intende il programma iconografico come un limite, ma come uno stimolo alla fantasia, all'intelligenza, rinnovando una spiritualità appannata ed elusa dagli artisti contemporanei. Egli tiene unite le «numinosità» dell'arte e della religione.

Il sacerdote ferrarese mi accompagna nelle stanze del Convento, annunciandomi, per il giorno dopo, la visita al museo che lui stesso ha realizzato. Nel congedarmi, apprendo che non è un semplice sacerdote, è un vescovo, responsabile di molte chiese del centro storico di Roma: si chiama Daniele Libanori. Prima di andarsene, mi chiede se voglio vedere lo spettacolo che ogni giorno si offre (o si offriva, perché il meccanismo attende un nuovo collaudo) ai devoti. L'apparizione, fra luci musiche e svelamenti, della grande statua di Sant'Ignazio, dentro l'altare privilegiato, a lui dedicato, nel transetto sinistro: uno dei più straordinari monumenti del barocco romano.

L'altare colpisce per la sovrabbondanza di oro e di altri materiali preziosi (lapislazzuli, alabastro, marmo, onice, ametista, cristallo). È opera di Andrea Pozzo, il grande artista gesuita, e fu completato tra il 1696 e il 1700. Le spoglie del santo riposano sotto l'altare, in un'urna di bronzo dorato, opera di Alessandro Algardi. La statua imponente del santo, di Pierre Legros, fu fusa da Napoleone nel 1798 e sostituita da una più semplice, di impianto canoviano, di Adamo Tadolini .Ne resta la pianeta smagliante di gioielli. Essa appare dietro la tela di Andrea Pozzo che la cela, grazie a un ingranaggio studiato dallo stesso architetto. Sopra la nicchia, due angeli di Pierre-Etienne Monnot sostengono il monogramma di Cristo in cristallo di rocca. In alto, entro il timpano spezzato, domina la Trinità berniniana di Bernardino Ludovisi e Vincenzo Ottoni. Intorno è un tripudio di sculture: i rilievi con l'Approvazione della Compagnia di Gesù di Angelo De Rossi e con la Canonizzazione di Ignazio di Bernardino Cametti. Ai lati, i grandi gruppi con il Trionfo della fede sulla Idolatria di Jean Baptiste Theodon, e la Religione che trionfa sull'eresia di Pierre Legros. Sulla volta, come in tutta la Chiesa, gli affreschi di Baciccio, con la Gloria di Sant'Ignazio. E poi, ovunque, un campionario di pietre in mirabili intarsi: le alte colonne di lapislazzuli tagliati da liste di bronzo, pavimenti e consolles di pietre dure, rivestimenti di giallo di Numidia, gradini di porfido. Bronzi dorati per i capitelli, i bassorilievi e le lucerne, con sistemi meccanici di sollevamento. È difficile descrivere l'emozione e la meraviglia davanti a una tale macchina barocca. Ma, nelle tristi giornate in cui la fede è sospesa, l'altare di Sant'Ignazio appare un sublime giocattolo in cui l'arte non ci parla di ciò che sta sopra di noi, ma dell'orgoglio e della superbia dell'uomo nello sfidare il cielo.

Papa Francesco, nella sua umiltà, ha avuto uno scatto di orgoglio. Ha, con freddezza e misura, sconfessato il potere temporale di questo governo, e ha scelto un giorno simbolico, venerdì 13 marzo. Non può essere una scelta causale: è l'anniversario dell'inizio del suo pontificato. Francesco divenne Papa il 13 marzo del 2013. Oggi, dal punto di vista di Dio che rappresenta, rassicura i fedeli, non li sospinge a contrastare le norme, ma a entrare nelle chiese, a tornare a pregare, ad ascoltare le messe, a fare la comunione. In tempi difficili come questi può apparire un rischio, ma dobbiamo ascoltarlo: «In questi giorni ci uniamo agli ammalati e alle famiglie che soffrono questa pandemia. Vorrei anche pregare oggi per i pastori che devono accompagnare il popolo di Dio in questa crisi. Il Signore gli dia la forza e anche la capacità di scegliere i migliori mezzi per aiutare». Ritornano le opere di misericordia: visitare gli infermi.

Francesco restituisce potere ai vescovi e aggiunge, con sobria durezza: «Le misure drastiche non sempre sono buone». Servono azioni, preghiere e opere, che non ci prospettino, come destino, un lazzaretto, ma la Salvezza.

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