Sanità, Sud e governance: i tre nodi del piano Draghi

I sindaci meridionali vogliono di più, i sindacati pure. E il partito di Speranza punta a esautorare le Regioni

Il ministro della Salute Roberto Speranza
Il ministro della Salute Roberto Speranza

Neanche il tempo di lasciar spegnere l'eco degli applausi per il discorso di Mario Draghi e già emergono le prime spine sulla via del Pnrr. La nuova partita decisiva si chiama «Disposizioni urgenti in materia di accelerazione degli investimenti pubblici», titolo del decreto, al varo entro maggio, destinato a definire gli equilibri della governance del Piano nazionale di ripresa e resilienza. A decidere cioè, chi detterà modi e tempi per spendere i miliardi del Recovery fund.

Nella presentazione alla Camera, il premier Draghi ha parlato di una «cabina di regia a Palazzo Chigi», ma ha anche ricordato il ruolo particolare del Mef, che avrà «funzioni di monitoraggio, controllo e rendicontazione e i contatti con la Commissione Europea». Draghi ha sottolineato anche la larga fetta di investimenti in capo agli enti locali, «87,4 miliardi di investimenti fra Pnrr e Fondo complementare, il 40% del totale» ha specificato, ma nella replica di oggi è andato oltre, come a voler smussare contrasti che già sembrano emergere sul «ruolo centrale a Regioni, Province e Comuni nel Piano». Perché il presidente del Consiglio sente l'esigenza di aggiungere che «Non c'è lo Stato contro gli enti locali» e «questa sfida si vince insieme»?

Le polemiche sono già iniziate. Non è solo l'esperienza non facile di questi mesi con la gestione del Covid e delle vaccinazioni. Draghi è ben cosciente che l'attuale assetto rende pressoché impossibili investimenti pubblici rapidi ed efficaci. Ma non è solo colpa del Titolo V, passaggi e controlli sono moltiplicati all'infinito anche a livello centrale. Su chi guida la macchina degli investimenti si vanno formando gli schieramenti. Il capitolo che riguarda la sanità vale circa 15 miliardi e ovviamente sarebbe il più ovvio candidato a essere gestito dalle Regioni, competenti per materia. Ma al ministero della Salute, occupato da un plotone di uomini legati alla ex «ditta» del Pd, parrebbero avere idee diverse. Il ministro Roberto Speranza ovviamente non si pronuncia. Ma ci pensano i compagni di Leu. «Le Regioni tornino a svolgere un ruolo di progettazione più che di gestione», attacca il capogruppo di Leu alla Camera Federico Fornaro.

Ancora più calda è la partita dei progetti per il Sud che vale oltre 80 miliardi di euro. Il ministro competente, Mara Carfagna, si è battuta per ampliare il plafond degli investimenti e ha anche ottenuto di inserire nel Pnrr i Lep, livelli essenziali di prestazioni che, definendo un minimo di servizi sociali di cui i cittadini devono godere, possono scardinare il criterio della spesa storica, a tutto vantaggio del Mezzogiorno. Ma già si leva il coro di sindaci scontenti che ha trovato eco anche in Senato. Il renziano Ernesto Magorno ha annunciato voto contrario al Pnrr, pur lodando il lavoro della Carfagna: «La quota destinata al Mezzogiorno è inferiore al 60%, il Sud non avrà ciò che gli spetta».

Anche qui torna il nodo governance con l'attacco affidato ancora a Leu: «Gli enti territoriali -dice il deputato Federico Conte- devono svolgere una funzione di indirizzo e di controllo che sia complementare, non autonoma o esclusiva». All'assalto partecipano anche i sindacati, che chiedono esplicitamente di essere coinvolti nella governance. Finora, recitava una nota di ieri di Cgil, Cisl e Uil è stato «inadeguato il confronto finora avuto con il Governo in ordine alla definizione delle priorità strategiche, degli obiettivi e delle risorse».

Il decreto sulla governance che dovrebbe essere varato a breve, assegnerà un ruolo centrale ai ministri tecnici Franco, Colao e Cingolani. Coinvolgerà Corte dei Conti e Anac per non creare ingorghi nei controlli. E, pur assegnando un ruolo agli enti territoriali, prevederà una task force di mille tecnici pronta a intervenire in appoggio degli enti territoriali, ma anche in loro supplenza se non riescono a progettare e spendere, soprattutto aggregandosi tra loro.

Restano i dubbi sulla qualità della spesa: un'analisi dell'Istituto Bruno Leoni, partendo dalle tante assunzioni nella Pubblica amministrazione e nella non dettagliata definizione dell'impatto della spesa, teme una deriva efficacemente descritta come «keynesismo idraulico». Per l'Italia sarebbe la rovina.

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