Sanremo blindata e deserta: capitale di un settore a pezzi

Alla vigilia del Festival alberghi vuoti e Ariston vietato. La "bolla" è un simbolo dello spettacolo in ginocchio

Sanremo blindata e deserta: capitale di un settore a pezzi

Oggi sembra la Sanremo del giorno dopo. Corso Matteotti è semi deserto come se il Festival fosse già finito e non iniziasse domani. Dall'ingresso del Teatro Ariston si vedono le tre tende bianche in piazza Borea D'Olmo dove tutti dovranno fare il tampone per avere cittadinanza in queste giornate di musica e tensione. Molte vetrine sono oscurate, tanto non c'è nulla ve(n)dere.

Insomma la 71esima edizione che inizia domani purtroppo sarà tutt'altro che quella della rinascita come annunciato da Amadeus mesi fa in un momento di eccessivo ottimismo. Sarà l'edizione della speranza. Che non ci siano contagiati. E che, per qualche giorno, l'Italia possa mettere davvero tra parentesi le angosce della pandemia con un po' di canzoni e buonumore. In ogni caso, sarà un Festival di Sanremo memorabile per sottrazione. A questa edizione bisogna sottrarre tutto il rituale che negli ultimi settant'anni ha trasformato Sanremo in uno snodo decisivo di cronaca e costume, oltre che di canzoni. Niente ressa di pubblico. Niente attese fuori dagli alberghi. Niente appostamenti dei fan per intercettare un cantante nei suoi spostamenti.

Le parole più scomode sono autografi e selfie, robe vietatissime e non ci vuole un Dpcm per capire il perché. Davanti all'Ariston c'è il divieto non soltanto di fermarsi, ma anche di transitare. Quasi tutti gli artisti e il loro personale sono isolati: qualcuno in albergo, altri in case affittate per l'occasione e blindate che manco il Pentagono. In questi giorni, se un artista risulterà positivo al tampone rischia la «squalifica» e quindi sono tutti attenti, anzi di più: vietati i contatti con i fan, controlli minuziosissimi, spostamenti veloci e praticamente solitari, interviste soltanto via Zoom e chi non ha Zoom peste lo colga.

Dovranno arrivare all'Ariston già vestiti e truccati per l'esibizione, al massimo è previsto un rapido servizio di «stiratura» degli abiti pre show. Lo stesso Amadeus limita i propri spostamenti dall'hotel all'Ariston, che è distante al massimo cinquanta metri. Anche il Casinò, già azzoppato dal Covid, è piantonato da gazebo sanitari e accoglierà i giornalisti per pochissime ore al giorno in una sala stampa mai così vuota: gli accreditati sono scesi a un centinaio dai ben 1.500 dello scorso anno. E non parliamo dei negozianti, dei baristi, dei ristoratori e degli albergatori che storicamente hanno sempre visto il Festival come una sorta di alta stagione, una specie di benefico Ferragosto in pieno inverno. L'anno scorso (ultimo grande evento pubblico in Italia prima del lockdown) tutti gli undicimila posti letto di hotel e case in affitto erano stati bruciati come al solito già mesi prima. Stavolta (stima Federalberghi) sarà un lusso se si arriverà a un migliaio.

Insomma, mentre la vicina Nizza era fino a pochi giorni fa il più grande focolaio d'Europa, la foto simbolo di questo Festival rischia di essere il carrello sul quale saranno portati i premi per i vincitori sul palco. Un Sanremo asettico e per niente nottambulo. Negli ultimi decenni, davanti a calamite di celebrità come i ristoranti La Pignese o Vittorio c'era la ressa dalla tarda mattinata fino a quasi l'alba. Da oggi la parola d'ordine è asporto o al massimo delivery. I ristoranti e i bar saranno aperti a pranzo e fino alle 18. Poi qualcuno farà il servizio mensa, ma solo su prenotazione. La città della musica diventa la città del silenzio. In attesa che qualche nota porti una boccata di positività (per carità, solo in senso di buonumore).

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