Santa Sofia, ultimo sfregio di Erdogan: da chiesa a moschea fino a marca di tè

Per le strade di Istanbul viene venduto l'infuso "Hagia Sophia" prodotto dalla società Caykur, cooperativa di proprietà statale

Santa Sofia, ultimo sfregio di Erdogan: da chiesa a moschea fino a marca di tè

Atene. Dopo il muezzin, il tè. La chiesa patrimonio dell'Unesco, trasformata in moschea dal presidente turco lo scorso anno, è stata declassata a prodotto commerciale. Il «tè Hagia Sophia» viene venduto per le strade di Istanbul. Nessuno però dica che si tratta solo una semplice iniziativa privata, visto che la società Çaykur (che produce il tè) è di proprietà statale, come tutto ciò che si muove nell'inner circle di Erdogan, somigliando così più alla Cina che all'occidente con cui Ankara vorrebbe relazionarsi. Çaykur è diventato infatti uno stabilimento del ministero dell'Agricoltura nel 2002. Ma il capo del governo non fa una piega e raddoppia, annunciando per giunta un programma spaziale tutto turco per andare sulla luna entro dieci anni, nonostante poi non abbia sufficienti risorse economiche per permettersi di vaccinare la popolazione con il vaccino tedesco o altri comparabili, virando quindi su quello cinese low cost.

L'episodio di Santa Sofia increspa ulteriormente le relazioni interreligiose, già compromesse da luglio quando il presidente presenziò al primo rito musulmano nella chiesa, in uno schiaffo al mondo intero. Ma soprattutto rappresenta la cifra dell'erdoganismo più ortodosso rispetto a tutto ciò che di libero e liberale si muove in Turchia. Da due mesi l'università Bogazici è in fermento: studenti e docenti sono in piazza per protestare contro la nomina del nuovo rettore avvenuta per volere di Erdogan e in barba a elezioni e consiglio universitario. Si contano già centinaia di arresti. Una nuova Gezi Park sta montando a Istanbul, con un'intera generazione di studenti vogliosa di gridare il proprio dissenso, proprio come accadde nel 2013 quando il governo rispose alle proteste con lacrimogeni e cariche. La capitale incarna l'opposizione al governo, considerato che il primo cittadino Ekrem mamolu guida la fronda contro Erdogan, assieme a Canan Kaftantsioglou, la 48enne che riconosce il genocidio armeno e che dovrebbe sfidarlo alle prossime presidenziali. Nel frattempo Erdogan si trova in una posizione complessa anche in politica estera: da un lato prova a ricucire con gli Stati Uniti, tentando di ammorbidire il Dipartimento di Stato con la carta degli F-35, programma da cui era stato espulso per via dell'acquisto del sistema russo S-400, e dall'altro prosegue nelle assurde pretese sulle acque greche e cipriote per la ricerca del gas. Inoltre Turchia e Grecia stanno apparentemente conducendo manovre diplomatiche sull'estensione dei loro confini marittimi e piattaforme continentali: il primo incontro si è svolto più per non dire no al «consiglio» di Berlino che per effettiva convinzione.

Nel mezzo la possibilità che la costituzione del paese venga stravolta: qualche giorno fa dinanzi ai membri del parlamento dell'Akp, Erdoan ha sottolineato che l'attuale assetto istituzionale ostacola il sistema presidenziale esecutivo e ha chiesto una nuova costituzione per celebrare il centenario della Repubblica turca nel 2023, accusando di fascismo i partiti di opposizione.

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