Da santo a impresentabile. Il dilemma Conte per il Pd

I rapporti con Mosca e le ambiguità sulla Le Pen mandano in crisi i dem. E Letta teme per le elezioni.

Da santo a impresentabile. Il dilemma Conte per il Pd

«Il Pd ha una sola parola e esprime un nome come guida di un nuovo governo di cambiamento: Giuseppe Conte». Quella maledetta «card» diffusa sui social dal Nazareno nel gennaio 2021, a pochi giorni dall'incarico a Mario Draghi, è tornata a circolare. Rilanciata oggi per irridere la lungimiranza dell'entusiastico investimento politico dei dem, da Zingaretti a Letta, sull'alleanza con un personaggio passato da «punto di riferimento fortissimo dei progressisti» a fonte di gigantesco imbarazzo anche internazionale.

Uno che non solo, da premier, ha intrattenuto rapporti opachi e spregiudicati con personaggi del calibro di Trump e Putin (per non parlare del regime cinese) ma che ancora oggi fa il gioco delle tre carte sull'Ucraina e dice addirittura di non saper scegliere tra Macron e Le Pen. L'apologia contiana della candidata putiniana dell'estrema destra francese è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Persino la sinistra Pd, da sempre appassionata supporter del matrimonio con i 5S di Giuseppi, di fronte a questo comincia a vacillare: «Non è accettabile, è un'ambiguità che non fa onore a un leader che rivendica l'appartenenza a una piattaforma progressista. Uno scivolone che necessità di fare chiarezza», dice il capogruppo dem al Parlamento europeo Brando Benifei, intervistato dal Foglio. E aggiunge che questo «conferma la necessità del proporzionale». Ossia di cambiare la legge elettorale per evitare di doversi alleare con Conte e i grillini.

Letta ha cercato di imporre ai suoi il silenzio sulla faccenda, così come sul fiume di rivelazioni dei media (Repubblica in testa, a testimonianza di quanto sia mutato il clima) su quelle che Renzi definisce «le imbarazzate bugie di Conte» sulla servizievole sponda offerta ai complotti di Trump per scrollarsi di dosso il Russiagate, e poi a Putin per mandare le sue colonne militari in Italia a raccogliere informazioni sensibili. «Meglio non reagire, non approfondiamo le divisioni», ha esortato. Certo, «la nostra linea su Ucraina e elezioni francesi è chiara», e ieri il leader Pd è tornato a ribadirla con nettezza: «Se vincesse Le Pen sarebbe la fine dell'Europa comunitaria, sarebbe la più grande vittoria di Putin». Ma Letta teme che una critica troppo aperta a Conte faccia saltare le trattative per le Amministrative, e soprattutto che - non essendoci tempi e numeri per cambiare la legge elettorale - il Pd arrivi alle prossime politiche con il Rosatellum che impone le coalizioni nei collegi, ma senza uno straccio di alleanza.

Però è difficile mettere la museruola al traboccante malumore del suo partito davanti allo spericolato trasformismo contiano: «Se vince Zelensky finisce la guerra, se vince Putin finisce l'Ucraina. Se vince Macron vince l'Ue, se vince Le Pen finisce: almeno su questo Conte dovrebbe dire da che parte sta», twitta Dario Stefano. Mentre Andrea Marcucci dice perfidamente: «Conte può dire che sta con Macron, in fondo non è difficile: basta seguire il ministro Di Maio». Attaccano l'ex premier sia Matteo Orfini che Giorgio Gori («Superata ogni soglia di tolleranza»). Conte, pressato anche dall'interno di M5s, reagisce con stizzosa petulanza: «Non so cosa voglia il Pd o cosa chiedano i nostalgici di Renzi, ma invito il Pd a non entrare nelle valutazioni personali», che sarebbero quelle sulle presidenziali francesi. Poi tenta goffamente una difesa, continuando però a non scegliere: «Si vuole speculare e fraintendere le mie parole, ma sono stato molto chiaro: siamo lontani dalla Le Pen, ma i temi che ha posto sono temi veri, anche se le soluzioni non le condivido. Basta atteggiamenti spocchiosi». Gli replica seccamente il dem Andrea Romano: «Suggerisco a Conte di non buttarla in caciara, insultando i tanti che nel Pd e fuori hanno trovato inaccettabile che un leader di partito non abbia il coraggio di auspicare la vittoria di Macron».

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