Dopo una giornata trascorsa ad assorbire i contraccolpi - politici e mediatici - della decisione di estendere il cessate il fuoco con Teheran, da diversi fronti interpretata come un segnale di debolezza, Donald Trump è tornato di prima mattina ad esibire la consueta sicurezza. Prima l'ordine di "distruggere qualsiasi imbarcazione" iraniana che tenti di posizionare mine nelle acque di Hormuz; poi, la rassicurazione che la US Navy ha il "controllo totale" sullo Stretto; infine, la conferma che in Iran "si fa fatica" a capire chi sia veramente al comando. "È una follia!", ha commentato il presidente. Ma è proprio questa "follia", frutto della lotta interna tra duri e moderati, come ha riferito lo stesso Trump, che rischia di trascinare la Casa Bianca in un negoziato dall'esito incerto e dai tempi imprevedibili. Ed è proprio il tempo, la variabile che Trump non ha dalla propria parte. Non solo i sondaggi, che continuano a fotografare il continuo calo del suo gradimento interno, per una guerra altamente impopolare, che ha già superato l'orizzonte delle "quattro-sei settimane" fissato dal presidente; non solo l'impennata dei prezzi dei carburanti, che trascinano in alto l'inflazione e mordono le tasche degli americani; dietro l'angolo c'è anche la scadenza del "War Powers Act". Il 1° maggio scadono i 60 giorni fissati dalla legge del 1973 sui Poteri di Guerra, che impone al presidente degli Stati Uniti di richiedere l'approvazione del Congresso per continuare le operazioni belliche, o un atto stesso del Congresso che le autorizzi. È prevista una proroga di ulteriori 30 giorni, ma solo per riportare "in sicurezza" le truppe a casa. Il dibattito si è finora svolto sotto traccia, con poche voci che si sono sollevate dai banchi Repubblicani per esprimere il malcontento per una guerra che rischia di compromettere ulteriormente il voto di midterm di novembre. Finora, il partito di maggioranza è riuscito a respingere le risoluzioni Democratiche che, ormai da settimane, puntano a limitare i poteri di guerra di Trump. Ma la scadenza della legge è ora ineludibile, al netto dell'ostruzionismo che la leadership repubblicana adotterà per rimandare il più possibile un voto dell'aula. Le conseguenze sono imprevedibili. Le divisioni interne ai Repubblicani sono emerse soprattutto al Senato, dove quattro senatori Gop chiedono a gran voce un voto del Congresso per autorizzare o meno il proseguimento del conflitto. A questi si aggiunge il libertario Rand Paul, unico repubblicano ad avere sempre votato al fianco dei Democratici contro la guerra. Altri esponenti del partito di Trump, proprio in funzione del voto di medio termine, potrebbero voltare le spalle al presidente.
In questo contesto, non è escluso che a Teheran ci siano antenne sintonizzate su Capitol Hill, in attesa di sviluppi possibilmente vantaggiosi. È stato per primo il New York Times a raccontare delle divisioni interne a quel che resta del regime iraniano, decapitato dai raid americani e israeliani. Con la Guida Suprema Mojtaba Khamenei ancora convalescente e impossibilitato a mostrarsi in pubblico per le ferite riportate, con le comunicazioni ridotte al passaggio di ordini scritti e recapitati a mano da diversi corrieri per il timore di nuove esecuzioni dal cielo, la fazione che sembra (al momento) prevalente è quella degli intransigenti generali dei pasdaran. Sono stati loro a far naufragare il primo round di trattative a Islamabad. Sempre loro a cancellare il nuovo incontro previsto in settimana. E secondo diverse fonti israeliane, non ancora confermate, il capo-negoziatore iraniano, Mohammad Ghalibaf, presidente del Parlamento, si sarebbe dimesso. Non è un segnale positivo per Trump, che a metà maggio incontrerà Xi Jinping a Pechino forse a conflitto ancora in corso.
Il tycoon ha già perso nei confronti della Cina la leva dei dazi, bocciata dalla Corte Suprema. Ora, rischia di presentarsi davanti al leader cinese in una posizione di ulteriore debolezza, costretto a chiedere aiuto per mettere fine all'avventura militare in Medio Oriente.