Pubblichiamo l’articolo di Egisto Corradi inviato del «Giornale», diretto allora da Indro Montanelli, uscito l’8 maggio 1976
Lo spettacolo che, dalle prime luci di questa mattina, un'area di circa 250 chilometri quadrati di Friuli offre di sé, non differisce molto da quello che avrebbe potuto provocare una colossale azione di bombardamento aereo o terrestre o navale. La sola differenza nella spaventosa tragedia è che qui non si vede un solo cratere di esplosione, ossia non c'è il segno di un solo colpo che sia andato a vuoto. È il triste spettacolo che si è offerto, anche agli occhi del Presidente Leone, giunto qui questo pomeriggio.
A mano a mano che, uscendo da Udine, ci si avvicina al punto che, poco più poco meno, è stato indicato come l'epicentro del moto tellurico verso nord-ovest, le costruzioni che hanno retto anche in piccola parte al colpo di ariete salito dal centro della terra sono sempre di meno, sempre di meno. Ovunque, o quasi ovunque, le vecchie costruzioni in mattoni hanno ceduto, talvolta arrivando a sgretolarsi nei loro più minuti componenti. Ma spesso hanno ceduto anche recentissime costruzioni in cemento armato, giungendo a svergolarsi come se fossero di cartone. L'immagine che presentano i paesi e borghi e centri abitati come Gemona o Artegna o Colloredo ricorda purtroppo certe immagini fotografiche di Hiroshima.
Chi scrive accorse nel gennaio di otto anni fa a vedere gli effetti del terremoto abbattutosi nella Valle del Belice. Anche laggiù in Sicilia lo spettacolo era spaventoso: e anzi per certi versi aggravato dalla assai più visibile povertà delle case andate distrutte e dei loro abitanti. Ma, stante l'aspetto urbanistico-demografico di quella zona, formata di grossi centri popolosi sparsi su terre agricole del tutto disabitate, il cataclisma poteva apparire di dimensioni più fisicamente ridotte.
Qui in Friuli, al contrario, è andato distrutto e in certi punti addirittura polverizzato un tessuto agro-urbano fittissimo, un habitat senza un solo metro quadrato non coltivato o abitato. Case, officine, laboratori, scuole, acquedotti, passaggi a livello, ponti, aie, terrazzi, condutture elettriche e telefoniche, stazioni di carburanti, binari di linee ferrate. Il terribile maglio del terremoto di ieri sera ha in certi punti addirittura mutato il paesaggio. Si va aranti per chilometri e chilometri, per 30, 40, 50 chilometri e si è sempre dentro la zona duramente terremotata.
Non c'è paese, purtroppo, che non abbia già contato i suoi morti e in cui non si continui a cercare con la speranza, non ancora del tutto spenta, di poter ritrovare qualche superstite.
A Gemona, poco prima di sera, si stavano allestendo grandi riflettori per consentire più tardi con il buio a un grande bulldozer bianco di continuare a cercare tra le macerie di una casa colonica crollata tutta quanta sul margine di un'aia. Il macchinone muoveva cauto le sue mandibole d'acciaio, seguendo le indicazioni di due donne evidentemente superstiti, davano al manovratore. "È dalle dieci di stamane che cercano dice un vicino -. Ormai si è quasi sicuri che ce ne sono sotto dieci". Sotto un albero, in un angolo dell'aia, le donne avevano disteso alcuni lenzuoli candidi per deporvi i cadaveri.
Poco lontano, davanti all'edificio della stazione di Gemona, da un'autocisterna militare alcuni soldati riempivano damigiane d'acqua che civili erano corsi a prendere con vetture o carretti a mano. L'acqua, specie a causa l'improvviso rialzo di temperatura in atto da ieri è forse l'elemento di cui più abbisognano le popolazioni della zona colpita dal sisma. Tra i militari del Quarto corpo d'armata vi sono anche alpini della Brigata Julia, ossia di un'unità che trae parte del suo reclutamento proprio da queste dolcissime terre prealpine che sono il medio Friuli e la Carnia.
Muoversi nella zona terremotata, non è facile. Ci si imbatte di continuo in intasamenti del traffico, provocati da impedimenti su strade di collina causati da franamenti o dalla impossibilità di passare su ponti che le scosse hanno lesionato. Soprattutto fino a tutta la mattinata di oggi si sono avuti ingorghi e anche taluni scompensi forse inevitabili nella organizzazione dei soccorsi. Ma poi, sin dalle prime ore del pomeriggio, le cose hanno incominciato a marciare meglio, in tutti i sensi, nonostante l'arrivo in zona di migliaia e migliaia di friulani accorsi da ogni parte d'Italia e dal più vicino estero per accertarsi della sorte riservata dal terremoto ai loro parenti e alle loro case. Telefonare da Udine o a Udine continua ad essere molto difficile.
È stato stimato che nella zona colpita vivano circa 180mila persone. Quante di queste - le non molte le cui case non hanno avuto lesioni pericolose - dormiranno fuori di casa stanotte accampati alla meglio o a bordo di automobili?
Probabilmente quasi tutte. Altrettanto accadrà anche a Udine, che pure avendo subito qualche danno minore, è fortunatamente rimasta fuori dalla zona maggiormente colpita. La capitale del Friuli offriva oggi pomeriggio lo spettacolo di migliaia di suoi cittadini sistemati su sedie a sdraio o nell'interno di vetture o in tende alzate su aiuole pubbliche. Offriva però anche quello, meno atteso, di quasi tutti i suoi negozi chiusi.
Ad Udine, stasera, alcuni amici friulani erano scoraggiati: "Impiegheremo chissà quanti anni a rimetterci, forse una generazione".
Meno di quanti, sotto la spiegabile e giustificata emozione del momento, essi possano oggi supporre. Chi conosce i friulani non potrà non essere d'accordo. "Con l'Italia che sanguina da tutte le parti, però - osservava uno - questo cataclisma non ci voleva". Davvero no.