La sconfitta delle talebane del Metoo

Quello tra Johnny Depp e Amber Heard non è solo uno dei processi più mediatici della storia recente. Ma è un processo al nostro tempo e alle sue ossessioni.

La sconfitta delle talebane del Metoo

Quello tra Johnny Depp e Amber Heard non è solo uno dei processi più mediatici della storia recente, che indaga la loro pubblicissima - e alquanto sbilenca - vita privata. Ma è un processo al nostro tempo e alle sue ossessioni. Ossessioni che, in taluni casi, trasformano il diritto in rovescio, piegano la giustizia deformandola in una vendetta ideologica che sfoga sul singolo una presunta colpa collettiva di genere. Il processo Depp-Heard è la massima ascesa e la conseguente rumorosa caduta del talebanismo femminista del #MeToo. Che non è il sacrosanto diritto di denunciare il proprio aggressore, ma l'idea che dietro ogni uomo si nasconda necessariamente un molestatore. Il pregiudizio, prima strisciante e poi sfacciato, che un essere umano maschile - nel caso di Depp con le imperdonabili aggravanti di essere eterosessuale, bianco, famoso e ricco - sia necessariamente un predatore. Se la parte più moderata del movimento ha contribuito a rompere il muro di omertà e sbriciolare lo stigma che ancora avvolgeva le donne che denunciavano una violenza, la parte più estrema, più visibile, chiassosa e quindi più influente, ha di fatto sancito un codice penale del politicamente e sessualmente corretto nel quale vige sempre la presunzione di colpevolezza. E, badate bene, qui non c'entrano maschilismo e femminismo, ma un'opinione pubblica mainstream ostaggio di un pregiudizio maschiofobico. Gli occhiutissimi difensori dei diritti Lgbtq+, di fronte a questo tipo di discriminazioni vengono immediatamente colpiti da assoluta cecità.

Paradossalmente, alla luce di quello che ha stabilito la corte di Fairfax, Amber Heard calunniando Johnny Depp ha anche, di riflesso, danneggiato la causa di tutte le donne che sono state realmente vittime di violenze. Qui non si tifa per Johnny Deep che, per sua stessa ammissione, in vita sua ne ha combinate di tutti i colori: i processi non sono stadi nei quali sfogare la propria tifoseria, anche se in Italia siamo abituati a questa incivile canea da più di vent'anni. A noi interessa che, con un processo così clamoroso e una sentenza altrettanto importante, possa fermarsi lo sputtanamento ingiustificato che da anni ormai macina vittime e distrugge carriere. Vittime che nessun #MeToo si prende la briga di difendere.

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