Se i magistrati aprono le porte ai terroristi

La magistratura in Italia è inadeguata a fronteggiare la guerra del terrorismo islamico ormai autoctono ed endogeno

Se i magistrati aprono le porte ai terroristi

La magistratura in Italia è inadeguata a fronteggiare la guerra del terrorismo islamico ormai autoctono ed endogeno. Ogni qual volta la magistratura inquirente, raccogliendo il frutto del lavoro serio e coraggioso fatto dagli investigatori dei Servizi, dei Carabinieri e della Polizia, ordina l'arresto di «pericolosi terroristi» islamici che si apprestano a compiere attentati nel nostro Paese, spunta un Gip (Giudice per le indagini preliminari) che azzera tutto e ordina il rilascio di quelli che, all'improvviso, diventano solo «sospetti terroristi», non più «terroristi». Lo scontro in seno alla magistratura evidenzia l'arbitrio con cui si interpretano le leggi. In un contesto dove le leggi sono anch'esse inadeguate, perché dovrebbero essere emendate per risultare all'altezza dello stato d'emergenza reale a cui il terrorismo islamico globalizzato ci ha costretto, anche se il presidente del Consiglio Renzi dice che non dobbiamo neppure usare la parola «guerra». È successo lo scorso 10 maggio con l'arresto di cittadini afghani a Bari e a Milano, accusati di far parte di una cellula terroristica legata allo Stato islamico e ad Al Qaeda. Secondo i magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia erano pronti a fare attentati in centri commerciali, porti e aeroporti in Italia, Francia, Belgio e Inghilterra. Vengono rappresentati come «altamente pericolosi», con «una predisposizione a delinquere inquietante».

Eppure 24 ore dopo il Gip del Tribunale di Bari, Francesco Agnino, ha rigettato la richiesta di carcerazione escludendo «in maniera decisa la sussistenza di gravi indizi di colpevolezza per il reato di associazione finalizzata al terrorismo internazionale». Era successo lo scorso 23 dicembre a Palermo. Khadgia Shabbi, ricercatrice in Economia, fu arrestata per apologia di terrorismo islamico, istigazione a commettere attentati dentro e fuori dall'Italia. Era risultata collegata a una organizzazione terroristica coinvolta nell'attentato all'ambasciata americana in Libia nel 2012. Aveva contatti con terroristi islamici europei in Belgio e in Gran Bretagna. Eppure il Gip di Palermo, Fernando Sestito, decise il rilascio della donna con il solo obbligo di dimora a Palermo, senza imporre alcun divieto di comunicazione con l'esterno. Il problema di fondo è che in Italia si continua a concepire il terrorismo islamico globalizzato alla stregua della criminalità organizzata nostrana. Si ritiene pertanto che i terroristi possano essere arrestati solo in flagranza di reato, quando ci sono le prove concrete dell'imminenza di un attentato, con l'effettivo rinvenimento delle armi e del piano per farsi esplodere o massacrarci con le bombe o i kalashnikov.

Dobbiamo invece capire che l'arma vera del terrorismo islamico non sono le bombe, il kalasnikov o le cinture esplosive, ma il lavaggio di cervello che modifica mentalmente e affettivamente le persone al punto che con il sorriso sulle labbra ci dicono «così come voi amate la vita, noi amiamo la morte». Quando tra noi ci sono aspiranti terroristi suicidi-omicidi la cui massima aspirazione è morire per poter uccidere il maggior numero possibile di «nemici dell'islam», è già troppo tardi per intervenire. O scardiniamo la filiera attraverso cui si attua il lavaggio di cervello o saremo sconfitti, perché queste «bombe umane» sono pronte a farsi esplodere tra noi in qualsiasi momento. Non aspettiamo che anche in Italia succeda una strage per deciderci a prendere atto che siamo in guerra, che si impone lo stato d'emergenza, che si devono adottare leggi speciali adeguate alla specificità del terrorismo islamico.

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