Leggi il settimanale

Sfida globale per aggirare il corridoio cieco di Hormuz

La guerra all'Iran, la risposta asimmetrica di Teheran, i piani di Trump e Netanyahu: cosa cambia col blocco dello Stretto

Sfida globale per aggirare il corridoio cieco di Hormuz

Una petroliera non naviga perché galleggia, ma lo fa se c'è qualcuno che la assicura, la finanzia, la noleggia e la riceve. Senza quella catena è peso morto. Quando il 28 febbraio Stati Uniti e Israele hanno lanciato l'Operazione Epic Fury contro l'Iran, la risposta di Teheran è stata asimmetrica e, a suo modo, spiazzante: chiudere lo Stretto. Non con una flotta, che non aveva più. Ma con la paura. I Pasdaran hanno dichiarato Hormuz chiuso, hanno colpito petroliere, hanno disseminato mine. Nel giro di settantadue ore i club assicurativi che coprono il novanta per cento della flotta mercantile mondiale hanno cancellato le estensioni di rischio bellico. I premi sono schizzati al cinque per cento del valore dello scafo: per una petroliera da cento milioni, cinque milioni a transito. A quel punto non importava più se lo Stretto fosse fisicamente transitabile. Era diventato commercialmente irrazionale.

In pochi giorni il traffico è crollato del novanta per cento. Da centotrenta transiti giornalieri a quattro, poi a zero. Duecentotrenta petroliere cariche sono rimaste bloccate nel Golfo Persico. Maersk, CMA CGM e Hapag-Lloyd hanno sospeso le operazioni. Il Brent è volato sopra i cento dollari. Così il mondo ha scoperto, con la brutalità delle cose concrete, che il venti per cento del petrolio e del gas naturale liquefatto del pianeta passava per un corridoio largo cinquantaquattro chilometri controllato da un regime disposto a dargli fuoco.

Ecco, allora, il paradosso strategico. Per decenni, la minaccia iraniana su Hormuz è stata un asset, una rendita geopolitica. L'Iran guadagnava dal fatto che il mondo organizzasse i propri flussi energetici attorno a quel collo di bottiglia. La minaccia implicita generava leva diplomatica, cautela occidentale, spazio di manovra. Nel momento in cui Teheran ha reso esplicita quella minaccia, ha innescato il meccanismo della propria obsolescenza. È lo stesso errore dell'Opec nel 1973: lo shock petrolifero sembrò un trionfo, ma accelerò il Mare del Nord, l'Alaska, il nucleare francese e, trent'anni dopo, lo shale americano. Chi weaponizza un chokepoint costringe il mondo a costruirgli attorno.

È esattamente quello che sta accadendo. L'Arabia Saudita ha portato a piena capacità la East-West Pipeline, settecento miglia di oleodotto da Abqaiq al porto di Yanbu sul Mar Rosso, sette milioni di barili al giorno che aggirano Hormuz. Gli Emirati usano l'Adcop verso Fujairah. E già si parla del corridoio Imec, che collegherebbe l'India al Mediterraneo attraverso oleodotti, ferrovie e porti, con un terminale possibile ad Haifa. Netanyahu stesso ha detto che la vera soluzione alla crisi non è militare ma infrastrutturale: spostare le arterie energetiche verso ovest, verso il Mar Rosso e il Mediterraneo, rendendo Hormuz irrilevante.

È una rivoluzione silenziosa. Il mondo sta ridisegnando le proprie rotte non per ideologia, ma per panico assicurativo e razionalità commerciale. E in questo ridisegno emerge una verità scomoda: gli interessi israeliani e quelli occidentali non coincidono. Non del tutto. Non più. Israele voleva, e ha ottenuto, la decapitazione del regime iraniano. Ha eliminato Khamenei, ha colpito il programma nucleare, ha degradato l'apparato militare dei Pasdaran. Ma il metodo israeliano, che il Carnegie Endowment ha definito "mowing the grass", puntava a un Iran indebolito e frammentato, non necessariamente a un Iran pacificato. Un Iran nel caos permanente serve gli interessi di sicurezza israeliani. Non serve gli interessi energetici dell'Europa, non serve la stabilità di cui hanno bisogno India, Giappone e Corea del Sud, che dal Golfo ricevono il grosso del petrolio. E non serve nemmeno gli interessi americani. La frattura è diventata visibile quando Israele ha colpito le infrastrutture civili iraniane, impianti di desalinizzazione e depositi di carburante, provocando una crisi umanitaria che ha irritato l'amministrazione Trump, già preoccupata per il prezzo del petrolio. Trump ha risposto togliendo temporaneamente le sanzioni sul petrolio russo, irritando gli europei concentrati sull'Ucraina. Nessuno degli alleati Nato ha accettato di partecipare alle operazioni per riaprire lo Stretto. La Royal Navy, la Marine nationale, gli olandesi, i belgi, i tedeschi, la Marina italiana, tutte quelle forze che per decenni hanno garantito lo sminamento in acque ristrette, sono rimaste a guardare. Per ragioni politiche, legali, strategiche. Il peso è ricaduto interamente sugli americani.

Qui il velo si è strappato. L'impero americano non è crollato. Ha funzionato, come sempre funziona, con una potenza militare senza equivalenti al mondo. I cacciatorpediniere classe Arleigh Burke sono entrati nello Stretto a fare quello che nessun altro poteva fare. L'impero però si è accorto di essere solo. Solo davanti a un alleato, Israele, che persegue una logica propria. Solo davanti a un'Europa che non vuole combattere. Solo davanti a una Cina che sta pesando la forza del suo nemico.

L'America ha dovuto inventarsi un programma di riassicurazione da quaranta miliardi di dollari attraverso la DFC per convincere gli armatori a tornare in acqua. Ha dovuto fare quello che fa un impero quando i suoi alleati non rispondono: pagare.

Commenti
Pubblica un commento
Non sono consentiti commenti che contengano termini violenti, discriminatori o che contravvengano alle elementari regole di netiquette. Qui le norme di comportamento per esteso.
Accedi
ilGiornale.it Logo Ricarica