La sfida (vinta): il controllo delle frontiere

L'immigrazione è il cavallo di battaglia con cui Boris ha conquistato il Nord

La sfida (vinta): il controllo delle frontiere

Età: se sei giovane, hai fra i 25 e i 32 anni, ti aggiudichi 30 punti, il massimo. Conoscenza dell'inglese: se sei «competente», oppure a un livello superiore, accumuli 20 punti. Precedenti esperienze lavorative nel Paese a cui chiedi ingresso: più ce ne sono, meglio è. Totale: 20 punti. E poi ancora: 20 punti per il livello di istruzione. Più alto è, meglio è, fino al top del dottorato di ricerca.

È sulla base di questo sistema a punti, il modello dell'Australia, che il Regno Unito del trionfatore Boris Johnson gestirà l'immigrazione nel suo nuovo governo e nell'epoca post-divorzio dalla Ue. Brexit vuol dire soprattutto realizzare la promessa, su cui Boris ha strappato la fiducia, di rispondere al grido della maggioranza degli elettori a favore di un principio base, il controllo delle frontiere. Contro uno dei capisaldi della Ue: la libera circolazione delle persone, garantita dagli Accordi di Schengen e dal Trattato di Maastricht.

Ben più di Jeremy Corbyn, che è invece ormai il dead man walking della politica britannica, Boris è stato considerato di gran lunga più affidabile del leader dell'opposizione su uno degli obiettivi fondamentali chiesto dagli inglesi con il referendum del 2016, cioè la regolamentazione dell'immigrazione, in modo da privilegiare l'accesso dei lavoratori qualificati. Non a caso agli europei con un curriculum degno di nota saranno concessi visti di lavoro più lunghi e la possibilità di strappare la residenza permanente, mentre alla manodopera che pure numerosissima sbarca ogni anno nel Regno Unito, in arrivo dal Vecchio continente, sarà concesso di entrare solo con una chiamata di lavoro esplicita, un contratto che non garantirà il diritto alla residenza permanente.

È soprattutto grazie alla questione frontiere che Boris ha sfondato nel Nord un tempo laburista e oggi pro-Brexit. Ed è anche grazie a questo che la fisionomia dell'elettore conservatore è cambiata in maniera radicale con l'elezione, del 12 dicembre, aprendo i Tory alla working class che si sente minacciata dai lavoratori europei, chiede maggiore attenzione e risorse al welfare e alla Sanità pubblica (Nhs), spese più alte per le infrastrutture, niente aumenti alle tasse e una linea dura contro il crimine.

Se, come sembra, Johnson saprà rispondere alla nuova base allargata del partito, sarà la prova definitiva che un muro è caduto tra il vecchio Partito Conservatore simbolo delle élite e una parte del Paese fino a ieri refrattario a votare per i Tory. Il segreto di Boris alla fine? Spostarsi un po' più a sinistra sull'economia e un po' più a destra sulle questioni culturali e identitarie, oltre che sulla Brexit. È il «Johnsonismo», come è stato già ribattezzato, e potrebbe diventare un modello per il centrodestra europeo.

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