La sinistra americana supera il trauma della sconfitta

La sinistra americana supera il trauma della sconfitta

Un effetto paradosso che pochi si attendevano: l'America cicatrizza alla svelta le ferite e i graffi della più dura campagna elettorale che si ricordi, mentre l'Europa politicamente corretta recita la parte di chi ha subito un trauma irreparabile. Quest'anomalia costituisce una buona occasione per comprendere come funzionano gli americani in politica.

Il duello era mortale, con le unghie negli occhi, ma poi di colpo la febbre scende e tutto si normalizza: il Presidente eletto riceve primi ministri del mondo e manda avvertimenti espliciti al presidente in carica affinché non si allarghi troppo. In Senato i democratici convergono al centro: anche loro vogliono partecipare alla grandiosa ricostruzione delle infrastrutture americane perché è l'ora degli imprenditori e della conciliazione.

I giapponesi si allineano con lo stile trumpista e avvertono: «Il Giappone è tornato» (deduzione: attenti a voi, cinesi) e si assiste così anche ad un ulteriore gesto russo di rottura della Federazione Russa, che si ritira dalla Corte di giustizia internazionale accusata di essere di parte (cosa che gli Usa avevano già fatto da tempo). Obama, da Berlino, ha subito tirato la sirena d'allarme supplicando Trump di non allinearsi con la Russia, ma costringerla a stare nelle regole.

Sono sempre meno coloro che cercano di riattizzarle per rendere più drammatica la transition, specialmente all'estero, cercando di caricare l'immagine di un'America sull'orlo di una guerra civile che non c'è. Semmai, accade il contrario: Hillary Clinton annuncia che finalmente sta meglio dopo l'effetto dallo shock ma che comincia a star meglio, mentre sua figlia Chelsea (negli anni Novanta delizia dei caricaturisti come l'adolescente più brufolosa d'America, oggi liscia, moglie e madre) fa sapere che la sua migliore amica è Ivanka Trump, figlia del neo presidente e moglie dell'enfant prodige che piace a suo padre, il presidente.

Lui, The Donald, s'infuria sempre meno rispetto agli standard di un mese fa, ma batte il pugno quando legge di lotte intestine: «Questa è una transizione assolutamente morbida» e usa l'avverbio smoothlie che richiama i frullati con yogurt cremoso. L'America è veramente irriconoscibile rispetto agli ultimi giorni del torneo elettorale. I messicani da mettere alla porta sono solo un paio di milioni con precedenti penali. Tutti gli altri otto milioni d'irregolari che vivono lavorando nell'ombra, per ora non hanno da temere anche se si parla di una sanatoria non imminente, quasi una penitenza: dovranno uscire per qualche giorno dal territorio statunitense e tornare da una porta girevole con moduli compilati e foto autenticate.

Non è dunque un pogrom razzista. I più sollevati sono gli afroamericani che finora sono stati succubi, nei ghetti urbani, dei boss latinos messicani e cubani che li sfruttano e li angariano, generando catene di omicidi e faide. Trump cerca anche di sedare il trumpismo troppo vanitoso. Voci provenienti dall'inner circle (il cerchio magico) e registrate dal New York Times dicono ad esempio che Rudolph Giuliani si è probabilmente giocato il posto di Segretario di Stato per essersi troppo vantato della sua nuova funzione. Il presidente vuole che lo stile sia un suo brand personale e non gradisce le imitazioni. Il che, tradotto in linguaggio politico, vuol dire che non sono graditi estremisti radicali, ma soltanto collaboratori che conoscano il mestiere. Basta con gli effetti speciali.

All'estero, per esempio in Europa (e per esempio in Italia) è diventato un vezzo anche televisivo fare espressioni di disgusto e panico al solo sentir nominare il nuovo presidente degli Stati Uniti d'America, come se un nuovo Hitler fosse salito al potere. Lo stesso fenomeno si osservò per le elezioni di Ronald Reagan in America e di Margaret Thatcher nel Regno Unito. È un problema europeo, perché l'Europa sta soffocando nella sua political correctness, ovvero nell'ipocrisia.

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