Soleimani, funerali tragici: 56 morti nella folla impazzita

Caos durante le esequie del generale ucciso dagli Usa Khamenei istiga alla vendetta, l'Iran è ricompattato

La marea umana per la sepoltura del generale Qassem Soleimani a Kerman sua città natale in Iran cantava «Morte all'America», «Morte a Trump». Uno slogan che ha accompagnato la salma del generale durante tutti e tre i giorni di lutto per la sua morte. Ma ieri a un certo punto è stata riprodotta anche la colonna sonora del film americano Love Story. Un misto di trasporto sciita e sentimentalismo pop che a un certo punto si è trasformato in tragedia. La gente, ammassata in una strada troppo stretta di Kerman ha cominciato a correre e a calpestarsi. Almeno 56 persone sono morte e altre 213 sono rimaste ferite nella calca. Un video mostrava un mucchio di scarpe e vestiti che giacevano per strada, apparentemente lasciati da persone intrappolate nella fuga. Gli organizzatori hanno prima rinviato la cerimonia finale perché la massa di gente ha impedito ai veicoli di raggiungere il cimitero. Ma poi il rito della sepoltura è ripreso.

L'enorme partecipazione popolare al funerale conforta il regime, che fino a poche settimane fa doveva affrontare altre folle, di manifestanti stanchi di crisi economica e repressione. Adesso l'establishment spinge su orgoglio nazionale e odio per America e Israele.

La Guida suprema Ali Khamenei ha dato le direttive per la «vendetta». Vuole che qualsiasi rappresaglia per l'uccisione di Soleimani da parte degli Usa sia un attacco diretto e proporzionato contro interessi americani, eseguito apertamente dalle forze iraniane. Nel frattempo in Irak, migliaia di persone sono scese in piazza nella città meridionale di Bassora per la processione funebre di Abu Mahdi al-Muhandis, capo del gruppo della milizia Kataib Hezbollah, ucciso con Soleimani.

Il riallineamento dell'Iraq al fronte oltranzista facilita le manovre della Repubblica islamica, che ha come obiettivo finale la cacciata delle truppe statunitensi. Il panorama delineato dal contrammiraglio Ali Shamkhani, segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale iraniano è altrettanto fosco. «Annuncio che 13 scenari sono stati valutati per la vendetta dell'Iran dopo l'assassinio del generale Soleimani, e anche il più debole di questi sarà un incubo storico per gli Usa». «Prometto alla nazione eroica che la rappresaglia non avrà luogo in una sola operazione - ha sottolineato Shamkhani - perché sulla base delle dichiarazioni della nostra Guida tutte le forze di resistenza sono pronte a vendicare l'azione degli Stati Uniti».

Il comandante supremo dei Pasdaran Hossein Salami ha puntualizzato invece che «il martire Qassem Soleimani è più potente ora che è morto». «Ci vendicheremo - ha tuonato e ha minacciato che se gli Stati Uniti - faranno un'altra mossa, daremo fuoco al luogo che più amano». Ma c'è di più. I parlamentari iraniani hanno approvato una mozione che designa l'esercito americano e il Pentagono come organizzazioni terroristiche e hanno stanziato fondi supplementari, circa 200 milioni di euro, per le Forze al Quds una volta guidate da Soleimani.

Nel frattempo gli Stati Uniti hanno inviato migliaia di truppe in Medio Oriente negli ultimi giorni in preparazione di possibili ritorsioni iraniane. Ma gli ultimi due mesi non sono stati un momento facile per Teheran. L'Iran ha assistito alle più grandi e violente manifestazioni antigovernative degli ultimi decenni. Le forze di sicurezza hanno ucciso ovunque tra i 330 e i 1.500 manifestanti in oltre cento città in tutto il paese. Migliaia di persone sono rimaste ferite o sono state arrestate. La morte di Soleimani potrebbe ricompattare il Paese.

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